LASSÙ QUALCUNO CI LEGGE / 2

Errare, tra le stelle, in una stella

Vi proponiamo un racconto scritto per “IL” dalla neo vincitrice della 46° edizione del Premio Letterario Internazionale Mondello. Per il nostro numero di settembre l’autrice di “Il cuore non si vede” ha infatti sperimentato la strada della fantascienza. Ecco cosa ci ha narrato

di Chiara Valerio

default onloading pic
Altec Turin, ROCC (Rover Operations Control Center) di Exomars (Credit, Alessandro Albert )

Vi proponiamo un racconto scritto per “IL” dalla neo vincitrice della 46° edizione del Premio Letterario Internazionale Mondello. Per il nostro numero di settembre l’autrice di “Il cuore non si vede” ha infatti sperimentato la strada della fantascienza. Ecco cosa ci ha narrato


4' di lettura

Con “Il cuore non si vede” (Einaudi) Chiara Valerio ha appena vinto la 46° edizione del Premio Letterario Internazionale Mondello. Con lei sono stati premiati Giorgio Fontana con “Prima di noi” (Sellerio), Ginevra Lamberti con “Perché comincio dalla fine” (Marsilio), per la sezione Opera Italiana; Giulio Ferroni con “L'Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia” (La Nave di Teseo), per la sezione Opera Critica. Quello che qui vi proponiamo è un racconto che Chiara Valerio firma per il numero di settembre di “IL” dal titolo “E se il posto più ospitale della terra fosse lo spazio”. In particolare in questo servizio la scrittrice, insieme ad Andrea Tarabbia e a Ilaria Tuti, prova l'inedita per lei strada della fantascienza. Scoprite cosa ci ha narrato.

Il giorno in cui gli uomini avevano cominciato a tagliare il giardino, c'era il vento e le foglie tagliate di fresco e sparate come coriandoli dal decespugliatore, che si erano appiccicate sulla porta a vetri, strisciavano e lasciavano scie luminose di linfa, proprio come le lumache. Le scie, molto più tardi, alla luce del tramonto, brillavano come glitter e il loro lucore si colorava di rosa, giallo e azzurro. Il giorno dopo uno degli uomini l'aveva chiamata dicendo che era annunciata burrasca e dunque non sarebbero venuti. Guardando, oltre il vetro, il lavoro lasciato a metà, o forse a un terzo, o addirittura a un quarto, Caterina si era accorta che le scie erano ancora lì e parevano inspessite. Se non le fosse stata annunciata pioggia, forse avrebbe lavato i vetri.

Loading...

Lavare i vetri la divertiva. Somigliava allo studio, chiariva le cose, permetteva di vedere meglio. Ma non era stato possibile, così era rimasta ad aspettare la pioggia con un libro chiuso sul tavolino basso e una tazza di caffè in mano. Il caffè si raffreddava come il cielo scuriva. Le scie invece parevano ormai un sistema venoso, vene varicose trasparenti e spesse sulla superficie trasparente. Così, quando il primo scroscio di pioggia si era abbattuto sul giardino, sulla casa, su tutte le finestre e sulla porta finestra, Caterina aveva pensato, con un sentimento che somigliava al sollievo, quanto l'acqua gelida che cadeva dal cielo come certe benedizioni avrebbe spianato quelle varici, sciolto quelle scie.

Invece, a metà pomeriggio, quando la luce di un sole incerto, facendosi spazio tra le nubi, aveva illuminato il giardino, si era accorta che le bave stavano ancora sul vetro e si erano allungate sulle pietre del selciato e su tutte le finestre della casa. Abbassando la maniglia e tirandola a sé non er però riuscita ad aprire la porta, e la stessa cosa era accaduta con le finestre. Aveva richiamato il numero dell'uomo che, rispondendo, l'aveva rassicurata senza ascoltare, come talvolta fanno gli uomini, promettendole che sarebbe passato appena possibile a risolvere il problema degli infissi. L'acqua fa così. L'acqua chiude.

Ma aveva ripreso a piovere, più forte, e Caterina aveva capito che per quel giorno non sarebbe arrivato nessuno. Prendendo il libro e mettendosi a letto con un bicchiere di latte tiepido, si era chiusa in camera sperando che il sonno la calmasse. Tuttavia non era riuscita ad addormentarsi, sentiva la casa crepitare, percepiva nella stanza l'eco del proprio respiro. Se avesse avuto un sonnifero lo avrebbe preso, ma aveva solo la camomilla nella madia in cucina, in alto sul ripiano.

La camera da letto dava sulla sala grande, così che per andare in cucina avrebbe dovuto passare davanti alla porta a vetri da cui tutto era partito strisciando, crepitando, forse respirando. Aprendo la porta aveva pensato di aver dimenticato la luce accesa, ma subito si era accorta che no, non era così, erano le scie che emanavano luce. Dal vetro, dai muri, dal soffitto. Il soffitto, a volta, pareva un planetario. Caterina si era soffermata sul soffitto, riconosceva costellazioni, e pianeti, nebulose, un cielo australe mentre sapeva benissimo di vivere nell'emisfero boreale. Portando gli occhi al pavimento per ritrovare una certezza, lo aveva visto percorso da scie luminose, come tutto il resto. Spostando il piede destro aveva liberato la coda del Piccolo Carro e le era venuto da ridere. Le pareva di galleggiare.

Ed era stato a quel punto che, guardandosi le braccia, si era trovata striata come i vetri, le pareti, la casa e pervasa, riempita, da quella luce. La doppia natura della luce, ondulatoria e corpuscolare, e la natura altrettanto doppia della memoria e dei desideri si mescolavano in una lontana sensazione di benessere. Abbracciava ed era abbracciata. Quando, la mattina dopo, gli uomini erano tornati per finire il lavoro, Caterina li aveva accolti con una tazza di caffè in mano e un bambino sulle gambe. Entrambi guardavano il giardino e sorridevano. Il bambino poteva forse avere tre anni, o quattro. Nessuno degli uomini, e nessuno in paese si era scoperto poi, era a conoscenza che la signora avesse un figlio. Gli occhi del bambino erano gialli come quelli di certi gatti e, col far della sera, parevano accendersi. Il giallo fa così, il giallo ride.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti