ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più5 mesi di proteste

Escalation a Hong Kong, si teme giro di vite del governo

La chief executive dell’ex colonia britannica chiarisce che verrà trovato il modo di mettere fine alle violenze. I dimostranti tornano a paralizzare il distretto centrale degli affari


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Ombrelli e barricate. Scontri tra manifestanti e polizia presso la Chinese University di Hong Kong

2' di lettura

Fermare le violenze, dice Pechino, è la cosa più importante da fare a Hong Kong. Il portavoce del ministero cinese degli Esteri Geng Shuang ha risposto alla condanna degli Stati Uniti per «l’ingiustificato uso della forza»: il confronto tra dimostranti e polizia nell’ex colonia britannica è salito di tono lunedì dopo che un agente delle forze dell’ordine ha sparato e ferito gravemente un manifestante all’addome, mentre in un altro distretto un uomo è stato dato alle fiamme. Entrambi sono ancora in condizioni critiche.

E dopo cinque mesi, a Hong Kong martedì è un altro giorno di proteste anti-governative. Gli scontri sono ripresi la mattina, con diverse migliaia di dimostranti a bloccare le strade intorno ai campus universitari dove le lezioni vengono sospese e nel distretto degli affari, mandando in tilt i trasporti, invocando uno sciopero generale. «Cinque richieste, non una di meno», intonano i manifestanti alzando le cinque dita della mano.

Bloccare i trasporti del mattino, ha dichiarato Carrie Lam, la donna al timone di Hong Kong, «è un atto egoistico: persone di diverse provenienze sociali si rifiutano di cedere alla violenza e ad azioni radicali. Esprimo quindi la mia gratitudine a chi oggi sta comunque andando a scuola o al lavoro». Le parole della chief minister, sostenuta da Pechino, lasciano pensare a un imminente giro di vite da parte della polizia: «Non voglio entrare nei dettagli - ha detto Carrie Lam - ma voglio che sia molto chiaro che faremo di tutto per mettere fine alla violenza a Hong Kong il prima possibile».

Quanto alle richieste dei manifestanti, riferendosi agli atti vandalici la governatrice ha detto che «le loro azioni sono andate ben oltre le loro domande, sono nemici del popolo». Una delle richieste è proprio che il governo smetta di riferirsi ai dimostranti come “rioters”, rivoltosi, includendo anche le proteste pacifiche. Si lotta anche per attuare a Hong Kong cambiamenti democratici, e perché gli interventi della polizia contro i dimostranti vengano indagati.

Lunedì la polizia ha arrestato più di 260 persone; dall’inizio del movimento di protesta, in giugno, il totale degli arresti è 3.560 persone. Il movimento è nato per attaccare una proposta di legge - poi ritirata da Carrie Lam - che avrebbe reso possibile l’estradizione delle persone sospettate di reati in Cina: per gli attivisti, un ulteriore segnale dell’erosione dell’autonomia e delle libertà civiche di Hong Kong, che Pechino aveva promesso di mantenere e rispettare per 50 anni sulla base del principio “una nazione, due sistemi”. Questo nel 1997, quando l’ex colonia britannica tornò sotto controllo cinese.

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