ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùTENSIONE CON WASHINGTON

Pechino replica ai dazi: stop all’import agricolo dagli Usa e svalutazione dello yuan

La valuta cinese è scesa oltre la soglia dei 7 dollari. Trump accusa Pechino di manipolare i mercati ma la People’s bank of China rigetta la considerazione

di Vittorio Carlini


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Reuters

2' di lettura

La classica escalation. Proprio quello che i mercati speravano fosse evitato. Il Presidente Donald Trump, dopo che nel G20 di Osaka si era sperato che la tregua sulla “guerra commerciale” tra Usa e Cina potesse preludere al rasserenarsi degli animi, la scorsa settimana ha fatto l’ennesima mossa. Ha promesso che, dal primo settembre 2019, verranno applicati dazi su ulteriori 300 miliardi di dollari d’import cinese. Vale a dire: quasi tutte le esportazioni dal Paese del Dragone verso l’America sono ormai sottoposte a più alte tariffe.

Il botta e risposta
L’ex presentatore di “The Apprentice”, evidentemente, sperava che la sua scelta avrebbe portato a più miti consigli i cinesi. Lunedì invece lo yuan è scivolato verso il dollaro oltre la soglia di sette. Si tratta di una mossa che, seppure non esista alcuna prova che la People’s bank of China sia direttamente intervenuta, diversi operatori attribuiscono a Pechino.

Sia come sia oggi, ovviamente e banalmente, ha fatto seguito l’ennesimo scambio di battute. Trump, via Twitter, ha accusato la Cina di manipolare i cambi (la stessa critica, va ricordato, che ha rivolto alla Bce) . La banca centrale del Paese del Dragone, dal canto suo, ha respinto le accuse. In una nota il governatore della People’s Bank of China, Yi Gang, ha spiegato che lo «yuan non viene usato da Pechino come uno strumento a cui ricorrere nelle dispute commerciali».

Gli effetti della strategia
Fin qui la dialettica tra le parti. Ma quale, a ben vedere, il significato della mossa di Pechino? La risposta è articolata. In primis la Cina ha mandato un segnale ben preciso a Washington: non ci facciamo spaventare dalle tariffe. In secondo luogo, svalutando la propria moneta, ha reso più difficili le esportazioni statunitensi verso il Paese del Dragone. Se a questo si aggiunge lo stop agli acquisti di prodotti agricoli americani da parte di Pechino ben si capisce il perché del nervosismo di Trump. Le imprese americane possono pagare uno scotto non da poco a causa di questa strategia.

La svalutazione dello yuan, però, rischia di fare male alle stesse imprese cinesi. Non va dimenticato che molte di queste sono indebitate in dollari. Una situazione in cui, se il biglietto verde si rafforza, può dare fastidio alla struttura finanziaria delle società in oggetto. Non solo. La svalutazione di una moneta, se non viene controllata, può portare alla fuga di capitali da quel Paese. Così è anche per la Cina. Il colosso asiatico, poi, è alle prese con la rivolta in Hong Kong. Gli investitori, seppure non lo dicano apertamente, tengono ben monitorata l’evoluzione nell’ex colonia britannica. Il timore, per l’appunto, è che si inneschi un “sell off” nel Far East che potrebbe avere un effetto destabilizzante non solo in quell’area ma su tutti i mercati.

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