BORGHI SCONOSCIUTI

Escursione in Val Boreca lungo il sentiero del postino

Diario di viaggio di una passeggiata di sei ore sull'Appennino in provincia di Piacenza, al confine tra quattro regioni, in una terra impervia e bellissima, piena di tradizioni e personaggi mitici

di Antonio Armano

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Cascata del Boreca

Diario di viaggio di una passeggiata di sei ore sull'Appennino in provincia di Piacenza, al confine tra quattro regioni, in una terra impervia e bellissima, piena di tradizioni e personaggi mitici


6' di lettura

Il sentiero del postino è una camminata di un giorno tra i minuscoli borghi immersi nel verde della val Boreca, dove l'ultimo portalettere di queste montagne - un tipo decisamente selvatico - scarpinava di villaggio in villaggio e di casa in casa finché la zona si è spopolata, cioè finché è rimasto qualcuno. Siamo sull'Appennino in provincia di Piacenza, al confine tra quattro regioni, in una terra impervia e bellissima, di tradizioni comuni e passaggi carovanieri. Secondo qualcuno diversi nomi geografici della val Boreca, come Zerba e Tartago, sono di origine africana e si devono al passaggio di Annibale, ma questa è un'altra storia e probabilmente una leggenda.

Ho sentito parlare per la prima volta del postino a Capannette di Pei. “Era un personaggio, me lo ricordo benissimo” mi ha detto Carlo Tambussi, discendente di una famiglia di Pei che ha costruito uno storico hotel-rifugio, punto di riferimento della valle da un secolo. “Aveva la divisa, gli scarponi e la tracolla di cuoio. Faceva il giro a piedi con qualsiasi tempo, anche quando nevicava. Anche il fratello faceva il postino, passava sempre qui ma era più socievole. Si chiamavano Pino e Franco Rebollini”.

La mappa con il percorso

Sei ore di cammino

Le ore di camminata effettiva sono circa sei ma ce ne vogliono almeno un altro paio per le soste, il rifornimento d'acqua e i pochi ma preziosi incontri. Si parte alla mattina presto da Artana, dove un segnale del Cai su un lavatoio indica il sentiero 175 per “Pizzonero-ponte Boreca”. Incrociamo una donna che si è trasferita a vivere nel paese. E' una delle poche abitanti e alleva mucche. La mucca è sempre stata fondamentale qui perché dà latte, formaggio e burro dove l'agricoltura è difficile. Con me c'è Mario Panizza, architetto e guida ambientale. Conosce bene la natura e la storia di queste valli dove cammina da anni. Senza di lui forse mi sarei perso e di sicuro non avrei colto molte cose su cui il mio sguardo scivolava senza vedere: la tana di un tasso tra le rocce e un pettirosso morto per il quale canta ancora il compagno su un ramo. Belnome è un paesino ben tenuto: fiori alle finestre, una fonte di acqua fresca, un campo di bocce ritrovo nei mesi estivi degli abitanti, rimasti attaccati a queste pietre, ma residenti altrove. Non si vede anima viva. Qualcuno arriverà durante il fine settimana, ma tutto è stato lasciato come se si fosse appena usciti per la spesa.

La storia del postino a Suzzi

Le tradizioni musicali

Inizio a capire una cosa che mi si chiarirà a Suzzi: più è piccolo il luogo dove sei nato, più sei legato. Perché in fondo è solo il tuo. E perché la montagna, diversamente dalla città, sa parlare ai bambini fin dai primi passi con parole che non dimenticheranno mai più. Al cimitero di Belnome cerchiamo le tombe dei postini: fanno “Rebollini” di cognome, ma i Rebollini sono troppi e ci arrendiamo.Tra Belnome e Pizzonero, Panizza mi racconta della festa che si tiene ad agosto. Quest'anno non c'è stata. L'epidemia non ha quasi toccato queste valli, ma si balla al suono dei pifferi, della cornamusa e della fisarmonica con modalità incompatibili rispetto alle normative. Una volta non mancava mai qualche sana scazzottata. “In questo punto”, spiega Panizza, “i musicisti si fermano e si fanno sentire per avvertire che stanno arrivando e ottenere il via libera”. Il piffero è lo strumento tipico della zona, fatto a mano in bosso o ebano, con una piuma di gallo appesa per pulire l'imboccatura. Queste valli sono tra le poche in Italia ad avere sempre mantenuto le antiche tradizioni musicali. All'osteria di Pei ho incontrato Anaïs Rio, una bretone che suona il flauto traverso si è licenziata dal conservatorio, dove insegnava, per trasferirsi qui. Alla festa di Pizzonero si balla sotto a un grande ippocastano. L'albero è il centro pagano della festa. In paese c'è una cassetta delle lettere con un “diario di tappa”, dove i camminatori scrivono pensieri e riflessioni. Il 18 luglio scorso Pina ed Emilio scrivono: “Dedicato a nostra figlia Ginevra che ha preso servizio come portalettere a Savona”.

Catterina Ravaglia

Tappa a Suzzi

Suzzi è il centro più vivo e ben conservato della zona. Entrando in paese si vedono panni stesi e finestre aperte. Poco oltre incontriamo Catterina Ravaglia. “Catterina con due ti, mi raccomando, è il nome di mia nonna” dice. Vive a Genova ma passa molti mesi qui e racconta della zia “Marinin”: “Tutte le estati tornava in bastimento dal Perù dove era emigrata, sbarcava a Genova e faceva l'ultimo pezzo a dorso di mulo. A Natale ci faceva spedire un panettone dalla Motta. Lo portava il postino facendosi strada nella neve”. Mi mostra un libro, Il romanzo delle famiglie di Suzzi, di Armando Toscanini. Toscanini è originario di qui e ha fatto un grosso lavoro di scavo per ricostruire le genealogie: “Non è stato facile perché abbiamo tutti gli stessi cognomi” mi dice. Nel libro ci sono molte fotografie d'epoca, compreso quella di Marinin e dell'autore a dorso di mulo: “Era bellissimo andare sui muli, tutti bardati con le campanelle. Sono animali anarchici e testardi ma intelligentissimi”.

Strada dedicata a Toscanini a Bogli

Mi racconta molte storie. Un Natale di guerra Aldo Gastaldi, il “primo partigiano d'Italia”, è venuto a Suzzi e si è fatto preparare i ravioli dalla famiglia di Catterina e ha fatto venire il parroco da Bogli per la messa. E' sopravvissuto alla guerra ma è morto il 21 maggio 1945 sul Garda cadendo da un furgone mentre accompagnava a casa dei compagni di battaglia. Non mancano sospetti perché “Bisagno” - questo il nome di battaglia - era cattolico e voleva tenere la resistenza fuori dalla politica. Rai Storia ha trasmesso il documentario di Marco Gandolfo su di lui, edito da Itaca. Nel 2019 il cardinale Bagnasco ha avviato la beatificazione del partigiano.

Ca’ de Piancun

Cinzia è nata a Genova dove vive ma passa tutte le estati a Suzzi fin da bambina e mi fa vedere la casa della famiglia: “Si chiama ca' de piancun. I piancùn erano ferri per gli zoccoli delle mucche”. Gli spazi sono minuscoli e accoglienti. I mobili sono quelli tipici del paese: “Mio padre era restauratore ed ebanista” dice. “Vedi la credenza, la cassapanca... Con un giogo ha fatto l'appendiabiti. Non è bello? Quando nel '68 la strada asfaltata è arrivata a Suzzi, sono andati via tutti”. Sotto a Suzzi lungo il corso del Boreca c'è una cascata con i resti di un mulino. Panizza mi mostra la scanalatura creata nella roccia per deviare l'acqua verso la ruota.

Bivio tra Artana e Pizzonero

Saliamo a Bogli scarpinando per una salita, l'unica impegnativa del percorso, sempre in sottobosco come quasi tutto il resto del sentiero. “Questa è la casa dei nonni del direttore di orchestra Arturo Toscanini” mi dice un uomo alto e magro sulla settantina. Si chiama Ennio e, prima di dare da mangiare alle galline, mi racconta di essere la penultima persona nata a in paese. E' cresciuto portando le mucche in cima alla montagna prima di andare a scuola e andando a riprenderle nel pomeriggio: “B ogli era un paese di seicento abitanti. C'era l'ufficio postale, una maestra. Tra gli anni '60 e '70 si è svuotato. Io a dieci anni sapevo fare tutto quello che serviva fare qui: mungere le mucche... Tutto. Pochi anni dopo mi sono ritrovato da solo a Milano a fare il barman in un hotel di piazza Cavour. Ora sono in pensione”. Poco sopra Bogli c'è una piccola cappella dedicata a San Rocco, santo francese che - secondo l'agiografia - ha debellato la peste a Piacenza ed è morto in carcere a Voghera rassegnandosi all'ingiusta detenzione.

In una casa isolata vicino al paese abitava un altro personaggio mitologico che tutti ricordano: “Si chiamava Nitto, era rimasto vedovo e viveva da solo. Non aveva paura di niente. Se ti conosceva e gli andavi a genio ti trattava bene, altrimenti... Una volta ha sparato col fucile al figlio che faceva l'elicotterista e andava ogni tanto a portargli del cibo: stava atterrando sul suo campo di patate!”, racconta Armando Toscanini. Immagino gli incontri tra i due selvatici, Nitto e il postino. Catterina ricorda di quando era bambina e il Nitto e la moglie avevano minacciato di tagliarle la testa col falcetto perché le sue mucche avevano invaso il loro territorio. Sono zone dure dove non mancavano rivalità tra paesi, ma all'interno di un paese si andava d'accordo. Catterina ricorda con tristezza quando intorno c'erano terrazzamenti coltivati e pascoli ora mangiati dal bosco e con gioia quando si andava alla festa della falciatura: “I maschi con la camicia candida e noi con un vestito a fiori e il fazzoletto”.

Si fa sera e le giornate si stanno accorciando. Tra le cime degli alberi si vede il tramonto sul profilo rosato dei monti. Entrando ad Artana incontriamo una donna con un chien d'Artois, un cane da caccia al cinghiale. Mi dice: “Solo una capra matta come me poteva venire a stare qui”.

Vista a Capannette di Pei

Info pratiche

E’ consigliabile pernottare in zona e svegliarsi alla mattina per iniziare l’escursione. Da Milano sono un paio d'ore di auto prendendo la A7 e uscendo a Vignole Borbera (Alessandria), poi si sale in direzione Capanne di Cosola. Per percorre il sentiero è opportuno indossare scarpe da trekking e fare attenzione alle previsioni meteo. A ottobre il foliage è spettacolare!


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