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Esenzione dall’Ici per le scuole paritarie

di Giancarlo Tattoli

(FOTOGRAMMA)

2' di lettura

Spetta l’esenzione Ici per l’immobile di proprietà della scuola paritaria, secondo le norme vigenti nel 2011 (articolo 7, comma 1 del Dlgs 504/1992), tenuto anche conto delle integrazioni apportate dall’articolo 91/bis comma 3 del Dl 1/2012 e dal Dm 200/2012. Il Comune, ove intenda revocare con accertamento l’esenzione pacificamente fruita, deve prioritariamente attivare il contraddittorio.

Sono questi i principi affermati dalla Ctr della Lombardia con sentenza 4400 del 18 ottobre 2018, che si inserisce negli attualissimi temi del «contraddittorio» e dell’Ici delle scuole paritarie. Un tema non definito, considerato che la decisione della Commissione europea del 19 dicembre 2012 (che ha statuito che costituisce «aiuto di stato», in violazione dell’articolo 108 paragrafo 3 del Trattato, l’esenzione prevista dall’articolo 7, comma 1, lettera i del Dlgs 505/92) non è ancora, per alcuni aspetti, definitiva. È stata, infatti, impugnata e il caso è pendente avanti la Corte di Giustizia Ue.

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Il caso in esame riguarda il 2011, ultimo anno dell’Ici. Il Comune notifica un accertamento, con la laconica motivazione che il fabbricato viene utilizzato «come scuola paritaria con pagamenti di corrispettivi da parte degli alunni frequentanti», integrata poi, in sede di costituzione in giudizio, con argomentazioni, condivise dai giudici di primo grado per il rigetto del ricorso, quali: il pagamento di un corrispettivo che, per quanto modesto, rivela l’esercizio dell’attività con modalità commerciali (così anche la Corte di cassazione 11425/2015); l’inutilizzabilità del Dm 200/2012; l’effetto della decisione della Commissione europea. Quindi, l’esenzione Ici, nella versione «2006/2011», costituiva aiuto di Stato capace di minacciare la concorrenza.

La Ctr della Lombardia è stata di diverso avviso. A parte la disapprovazione per l’insufficiente motivazione e per il mancato contraddittorio, i giudici hanno ritenuto applicabili al caso l’articolo 91/bis, comma 3 del Dl 1/2012 e il regolamento attuativo Dm 200/2012, condivisi dalla Commissione europea, necessari ad assicurare parametri ai principi, di incerta e non facile applicazione, delineati dalla Cassazione e dal Consiglio di Stato (sentenze 14225/2015 e 2921/2016). In tal senso, infatti, il Dm 200 ha colmato la lacuna.

Nel caso specifico la scuola, per la gestione del nido e della materna, conveniva con il Comune di fissare le rette secondo misure concordate e vincolanti in funzione del reddito delle famiglie e, per assicurare un sostanziale pareggio dei conti, il Comune annualmente versava un contributo perequativo, modalità che assicurava al Comune il raggiungimento, nel territorio, dei suoi obiettivi di solidarietà, probabilmente anche con costi minori rispetto ad una gestione diretta. I giudici hanno valorizzato queste modalità di gestione, riconoscendone i fini sociali che giustificavano l’esenzione da Imu, senza dimenticare di evidenziare che la concorrenza non veniva minacciata.

Sotto un profilo quantitativo, visto che in parte le famiglie contribuivano sia pure nella misura determinata dal Comune in funzione del reddito, la Commissione ha ritenuto di poter utilizzare i parametri del Dm 200/2012, non solo perché l’articolo 91/bis dal quale promanavano era stato inserito nella «legge Ici» e solo successivamente nella «legge Imu» ma anche perché costituivano l’unico strumento, riconosciuto dalla Commissione europea, utilizzabile per misurare concretamente la gestione con modalità «non commerciali».

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