Lo spettatore

Esigenze spirituali e necessità tecnocratiche

di Natalino Irti

(petzshadow - stock.adobe.com)

3' di lettura

Si affollano i centenari (1922 – 2022): politici, letterari, filosofici e così via. La memoria, individuale e collettiva, ha bisogno di questa periodicità: opere e figure sono già dentro la coscienza, ma le date ne risvegliano la fisionomia, le richiamano in superficie, le isolano e fermano nell’attenzione. Esse già ci appartengono, ma rese tacite dal tempo, come in un angolo d’ombra da cui la scansione cronologica le trae e illumina. L’intervallo trascorso permette che lo sguardo misuri l’efficacia delle singole opere, consideri le letture già svolte e gli effetti lasciati nella storia generale o nelle storie di discipline speciali. Questi “effetti” – ai quali le moderne teorie ermeneutiche riservano grande rilievo – mostrano come l’opera sia inserita in una tradizione di pensiero, ne abbia segnato una svolta, o promosso una revisione critica. Ed essa perciò non ci giunge con la nudità dell’origine, spoglia dei rapporti interpretativi svolti nel tempo, ma carica di questa insopprimibile storicità, di una densità di dialoghi intrecciati nel tempo.

Pensieri, questi ora accennati, che suscita il saggio di Walther Rathenau, Meccanica dello spirito (1913), ora volto in italiano per la sensibile cura di Vincenzo Pinto, a cui hanno dato accoglienza le fervide e sagaci edizioni di Nino Aragno. Rathenau, caduto il 24 giugno 1922 per mano di terroristi di estrema destra: di quei “coscritti”, che saranno evocati nel fascinoso e torbido libro di Ernst von Salomon.

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La figura di Rathenau, suscitatrice di fini pagine fra gli studiosi italiani (da Luzzatto a Villari, da Racinaro a Cacciari), torna nel centenario come simbolo della coscienza più profonda e inquieta del capitalismo, di un’ansia di vedere oltre la razionalità organizzatrice della moderna impresa. Si direbbe da taluni, presi dal personaggio narrativo di Paul Arnheim in cui il Musil di L’uomo senza qualità raffigura Rathenau, un lusso della coscienza, che svaga dalla gestione di grandi imprese elettriche alle preziose sfumature della sensibilità.

Si direbbe, ma con qualche rischio di errore e di angustia interpretativa, poiché Rathenau, teorico della nuova economia e di una diversa forma di Stato, esprime l’angoscia tecnocratica. Di chi, vivendo e operando all’interno di una grande impresa (AEG, ma era leggenda o verità che egli fosse negli organi amministrativi di circa cento società), avverte il bisogno di “anima”, di innalzare il talento organizzativo e produttivo al piano delle esperienze spirituali. La “meccanizzazione” è al centro di questo pensiero, né data né imposta dalla natura, ma concepita e attuata dalla volontà umana. «L’intelletto – scrive Rathenau – ha risposto sulle cose ultime con un silenzioso diniego».

Le “cose ultime”, le scelte decisive che danno significato alla vita e riguardano l’intero nostro mondo, stanno oltre l’intelletto e la dominazione tecnica della realtà. Questo bisogno di “regno dell’anima”, o “supplemento d’anima”, accompagna il corso del “moderno capitalismo” e lo fa dolente e inquieto. Talvolta appare di sfuggita in una pena individuale, in un sentirsi insoddisfatti e poveri; talvolta, assume la tragicità di un’assenza, di una assoluta e incolmabile incompletezza. Rathenau esprime questo profondo tormento: da un lato, il vincolo della razionalità organizzativa e le leggi della moderna economia; dall’altro, il “regno di fini”, che stanno oltre, e chiedono al tecnocrate di compiere una rinascita interiore, di trascendere la “gabbia” della meccanizzazione. Inevitabile è il rischio di cadere nell’evasione estetica e nelle visionarie finezze dell’animo.

Ecco come i centenari, i quali sembrano semplici cadenze cronologiche, svolgono una funzione costruttiva e feconda; suggerendoci di guardare agli effetti delle opere lungo il corso del passato; sollevando gli interrogativi sul loro futuro destino. In un principio d’anno, che non sia banalmente vissuto o sciupato in effimere mondanità, gli interrogativi sulle “cose ultime” incalzano e risospingono su dense pagine del Novecento, il secolo che non sta dietro di noi, ma dentro di noi.

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