Il rapporto

Esperienze all’estero sempre più cruciali per gli artisti italiani

I dati evidenziano una buona visibilità di cui però non beneficiano né i giovani, né i mid-career

di Carlo Marroni

4' di lettura

Gli artisti italiani contemporanei sono di alto livello, ma purtroppo poco conosciuti. I nomi sui quali si concentra l’attenzione, considerando solo quelli nati dal 1960, compongono una lista ristretta, tra cui figurano Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli, Monica Bonvicini, Enrico David, Paola Pivi, Tatiana Trouvé, Roberto Cuoghi, Rosa Barba, Vanessa Beecroft e Diego Perrone. Diverse le cause che sono state fotografate dal Rapporto indipendente «Quanto è (ri)conosciuta l’arte contemporanea italiana» a cura di Silvia Anna Barrilà, Franco Broccardi, Maria Adelaide Marchesoni, Marilena Pirrelli e Irene Sanesi, prodotto da BBS-Lombard, con il contributo di Arte Generali e Artprice.com. Lo studio è stato presentato ieri a Palazzo Bonaparte a Roma, presenti il ministro della Cultura, Dario Franceschini, e il country manager e Ceo di Generali Italia, Marco Sesana.

«È fondamentale sostenere l'arte contemporanea italiana e promuoverla a livello internazionale, soprattutto dopo le difficoltà causate a questo settore dalla pandemia. Si tratta ora di fare un investimento strutturale e il rapporto presentato è importante perché offre una fotografia dei dati della produzione artistica contemporanea del nostro Paese: uno strumento utile per monitorare, comprendere e approfondire i mutamenti di questo settore» ha detto il ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel corso della presentazione. «Inspiegabilmente - ha aggiunto Franceschini - negli ultimi 70 anni abbiamo investito molto poco nei talenti dell'arte contemporanea nonostante l'Italia abbia straordinari e formidabili maestri. Questo è stato un gravissimo errore perché la creatività italiana non è solo nel passato». Infine il minstro ha ricordato che il Mic «ha destinato due milioni di euro attraverso 20 fondazioni culturali (le 14 lirico-sinfoniche, la Biennale, la Triennale, la Quadriennale, il Maxxi, il Museo Egizio e il Centro sperimentale dì cinematografia) per ospitare artisti ucraini con residenze d’artista. Sono persone che stanno fuggendo dalla guerra e che devono essere sostenute» ha concluso Franceschini.

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«Al di là della qualità artistica, un elemento che contribuisce alla visibilità è l’esperienza di studio e professionale all’estero, che permette all’artista di crearsi una rete di rapporti con curatori, gallerie e musei» spiega Marilena Pirrelli, tra gli autori del rapporto, che dal 2007 cura Arteconomy su Plus 24 e sul sito de Il Sole 24 Ore. «Lo scopo non è esaltare un concetto di italianità, soprattutto in un mondo globalizzato in cui il tema della nazionalità è sfumato, quanto analizzare il funzionamento del sistema di sostegno alla produzione artistica contemporanea nel nostro Paese», prosegue. «Ci siamo mossi in due direzioni: abbiamo intervistato 24 curatori italiani e poi mappato ciò che è accaduto negli ultimi 20 anni in musei, biennali e gallerie internazionali, case d’asta, Istituti di cultura italiana all’estero e sui media».

Data per assodata la fortuna dell’arte italiana degli anni 50-60-70 (Fontana, Burri, Transavanguardia e Arte Povera) le generazioni successive quanta strada hanno fatto? È emerso che pur in un mondo globalizzato gli artisti italiani nelle ultime tre edizioni di 18 biennali internazionali sono 54, di cui 29 post-1960. Compaiono più frequentemente quando i curatori conoscono la scena italiana o se gli stessi artisti risiedono già all’estero. Nelle ultime 8 edizioni di Documenta la loro presenza oscilla dal 2 al 7% e nelle ultime sette della Biennale di Venezia è in media il 5%, quest’anno sale al 12 per cento. In 76 musei internazionali le opere di autori italiani sono in 61 collezioni con 51 nomi che ricorrono. Negli articoli usciti nel 2021 su 16mila pubblicazioni online in 25 lingue analizzati da Articker, la copertura mediatica degli italiani è il 7% di quella globale sull’arte di ogni periodo, piazzandosi al quinto posto dopo americani, cinesi, inglesi e francesi. Ma la forza mediatica dei maestri antichi e di Cattelan ha il suo peso, infatti la copertura si riduce all’1,9% per i nati dopo il 1960.

Su 831 gallerie il 16,2% rappresenta almeno un italiano contemporaneo. Le gallerie che più investono su di loro sono di italiani all’estero o con relazione con l’Italia. Nelle Italian sales di Londra degli ultimi 20 anni solo 10 artisti della generazione in esame sono presenti con la predominanza di Cattelan (81,3%) seguito da Vezzoli (12,5%). Se allarghiamo lo sguardo alle aste globali degli ultimi 20 anni (fonte Artprice), il volume d’affari realizzato nel 2000 dagli italiani post 1960 era superiore a quello dei francesi e tedeschi. Nel 2021 la situazione si è capovolta: i francesi superano sette volte il fatturato aggiudicato dagli italiani e i tedeschi cinque volte. L’analisi delle attività di 25 Istituti italiani di cultura all’estero, delle 10 edizioni dell’Italian Council e della Quadriennale ha cercato di mappare il sostegno pubblico verso le nuove generazioni.

Completa lo studio il confronto tra i centri artistici italiani e quelli internazionali attraverso l’intelligenza artificiale, realizzato da Arte Generali con Wondeur. «Con il rapporto si vuole aprire un dibattito per accrescerne l’interesse internazionale. Emerge una buona visibilità dell’arte italiana, ma una debolezza verso i giovani e i mid-career: fare sistema per valorizzare è la strada giusta per invertire questo trend», spiega Italo Carli, Head of ARTE Generali Italia. «Le politiche economiche di sostegno alla crisi pandemica non sono riuscite a dare ossigeno al contemporaneo, mancando un riconoscimento giuridico della professione» dice uno degli autori, Franco Broccardi. Alcune proposte fiscali: «L’art bonus per sostenere l’acquisto di opere di artisti viventi se non addirittura under 35 da destinarsi per un certo periodo alla pubblica fruizione e un intervento sulla fiscalità all’importazione».

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