flessibilità

Essere «free lance» significa dirsi addio ogni 14 mesi

di Cristina Casadei

1' di lettura

La fatidica frase «finché pensione non ci separi» è sempre meno realistica nel rapporto di lavoro dipendente e lo è ancora meno per chi ha un lavoro da “freelance”. Il dinamismo, spesso forzato dalla crisi, dei lavoratori lo conferma anche l’ultima ricerca “Flexible Working”, realizzata da Adecco e LinkedIn a livello globale. Secondo le due società, che si sono avvalse della Global Satisfaction survey di Adecco, con le testimonianze di più di 100mila candidati e dell’analisi dei profili LinkedIn dei lavoratori indipendenti che sono circa 4 milioni, i cosiddetti flexible workers sono la categoria che rimodellerà gli equilibri del mercato del lavoro e dell’economia.

Lo spaccato italiano ha evidenziato che gli italiani cambiano lavoro in media ogni 14 mesi, in cerca di sempre maggiori stimoli, una retribuzione adeguata e crescente, oltre a un bilanciamento equilibrato tra vita privata e professionale.
Il biglietto da visita dei freelance italiani è di tutto rispetto: nel 55% dei casi possono vantare titoli di studio di alto livello in particolare in business management, computer science, economia oltre che in architettura e design. E hanno una forte flessibilità geografica: l’11% dei flexible workers ha infatti cambiato regione per motivi professionali negli ultimi 12 mesi e lavorato in media con oltre due aziende differenti. Se andiamo a vedere i settori, sono il mondo dell’It e quello della comunicazione a vantare la rappresentanza maggiore di freelance seguiti a breve distanza dalla manifattura.

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