il lavoro che cambia

Essere lavoratori dipendenti limita la creatività?

Nell’era dei robot e della competizione servono persone che gestiscano in modo intraprendente situazioni non riconducibili a un rigido mansionario

di Lorenzo Cavalieri *

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(AFP)

Nell’era dei robot e della competizione servono persone che gestiscano in modo intraprendente situazioni non riconducibili a un rigido mansionario


5' di lettura

In Italia ci sono 22 milioni di lavoratori dipendenti e 5 milioni di lavoratori autonomi, di cui una parte non trascurabile è costituita da dipendenti mascherati (le cosiddette false partite iva). Nella testa degli italiani il lavoro è lavoro dipendente. Certo, siamo la patria delle piccole imprese, degli artigiani e dei commercianti, abbiamo una storia millenaria di borghesia mercantile illuminata, ma nella nostra mentalità lavorare significa superare un colloquio di selezione o un concorso, aspettare le istruzioni di un capo e la busta paga a fine mese.

Si tratta presumibilmente della sintesi di tre eredità storico/culturali: il latifondo, la fabbrica, la burocrazia statale e militare. Quando usiamo l’espressione “trovare lavoro” non stiamo dicendo “trovare clienti”, ma stiamo dicendo “trovare datori di lavoro”. È un riflesso condizionato sociale. Quando chiediamo a un lavoratore autonomo quanto guadagna ci risponde con un’approssimazione del suo reddito mensile, come se qualcuno gli accreditasse il suo salario al 27 del mese. E se chiediamo a uno sconosciuto di cosa si occupa nella vita quasi sempre ci sentiremo rispondere con un riferimento al suo datore di lavoro (lavoro per l’azienda x; lavoro alla…, lavoro in….) piuttosto che con un riferimento al suo mestiere e alla sua competenza (sono una segretaria, sono un commerciale, sono un informatico).

Secondo i sondaggi il sogno lavorativo degli adulti italiani è il posto pubblico (lo sognava il 15% nel 2016 e il 28% nel 2018), simbolo nella percezione comune di una rigorosa definizione dei “compitini” sancita da un contratto. Questo percepire il lavoro come lavoro dipendente ha plasmato la nostra mentalità e conseguentemente il modo di interpretare i nostri mestieri.

Dipendere è un concetto che implica fragilità. Basti pensare alla parola dipendenze. Chi dipende non basta a se stesso, non sta in piedi da solo. Ha bisogno di un “gratificatore”, ha bisogno di punto di riferimento per definire la propria identità e il proprio ruolo, ha bisogno infine di un ombrello protettivo a cui rivolgersi in situazioni impreviste, critiche, delicate, imbarazzanti.

Sto tracciando il profilo e l’atteggiamento di un bambino. Il bambino che ha un problema non guarda il problema, guarda il genitore per scaricargli il problema. Il bambino che ha combinato un pasticcio non pensa a risolverlo, pensa a come nasconderlo o raccontarlo al genitore. Il bambino a cui viene chiesto di fare qualcosa che lo mette a disagio risponde che “non dipende da me”, “non posso farci nulla”, “non spetta a me”. Non solo, si lamenta con il genitore/datore di lavoro che è il vero colpevole delle sue difficoltà , “è colpa tua se le cose stanno andando così, avresti dovuto/mi avevi promesso…”.

Ovviamente non intendo dire che i lavoratori dipendenti per definizione lavorino con questo approccio infantile. Ciò che voglio trasmettere è che lavorare da dipendente può enfatizzare alcuni aspetti “fantozziani” di cui non ci rendiamo conto, ma che albergano in ciascuno di noi. È fisiologico. Se mi percepisco come dipendente da qualcosa o da qualcuno senza accorgermene finirò con il sentirmi meno adeguato/titolato/autorizzato ad agire e ad intraprendere di quanto in realtà sarei. Finirò con l’assumermi meno responsabilità e rischi di quanto potrei. Finirò col prendere meno decisioni di quanto potrei e magari vorrei.

Immaginiamo quel tipo di situazioni in cui si entra con un problema in un ufficio pubblico e il primo impiegato ci indirizza verso un ufficio dove ci indirizzano verso un secondo ufficio che a sua volta ci indirizza verso un terzo ufficio e così via. Accade anche nella più smart delle multinazionali. Pensiamo a quei “giri” infiniti di mail e di riunioni che hanno alla base il medesimo meccanismo: quando sono esposto a una sfida o a una difficoltà, sentendomi depotenziato dalla mia condizione di “dipendente” preferisco fare un passo indietro e nascondermi dietro uno schermo protettivo.

Quanto spesso ci è capitato di sentirci dire “io non posso darle una risposta, mi informo con il titolare e le facciamo sapere”? Ecco nel 50% dei casi chi ha parlato con noi conosceva la risposta ed era autorizzato a darcela. Purtroppo ha preferito invece esercitare il suo “diritto di dipendere”.

Nel concetto di lavoro come lavoro dipendente c’è un'altra potentissima implicazione culturale. Il lavoro è esecuzione di un’istruzione che mi arriva dall’alto. Per lavorare ho bisogno di qualcuno che mi dia delle istruzioni a cui mi atterrò. Mi paghi e mi dici cosa fare e come farlo. Personalmente ho sentito spesso nei luoghi di lavoro una frase del tipo: “Se mi volevi più intraprendente dovevi dirmelo e darmi gli strumenti adeguati per esserlo.” Parole paradossali che raccontano perfettamente una mentalità di dipendenza: sono prigioniero dei tuoi input, non creo, eseguo.

Il concetto di lavoro dipendente è così radicato nel nostro modo di ragionare che buona parte dei lavoratori autonomi vivono il rapporto con i loro clienti come un rapporto di dipendenza. Questo meccanismo è fortissimo nel mondo degli agenti di commercio, degli studi professionali e in generale in tutti quei contesti dove c’è un cliente che ha un peso specifico dominante nel nostro fatturato, che ci paga con regolarità e ci dà istruzioni su cosa fare, come farlo e quando farlo.

Subentrano a quel punto dinamiche di sudditanza psicologica e timore reverenziale per cui anche dove i contratti garantiscono autonomia e indipendenza siamo noi con i nostri comportamenti a generare de facto un rapporto di dipendenza, bruciando il nostro valore imprenditoriale e regalandolo alla controparte: “Ok, mi adeguo alle tue richieste, in cambio però tu non mi abbandonare”.

Nella mia esperienza di consulente il commento che registro più frequentemente da parte dei datori di lavoro nei confronti di un collaboratore in gamba è: “Lui mi piace, è autonomo e intraprendente”. Non dicono “è competente”, “è affidabile”, “è serio”. Sono aggettivi che vengono dati in qualche modo per scontati.

Ciò che invece viene percepito come elemento di autentico valore sono autonomia e intraprendenza: “Lui mi piace, è autonomo e intrapredente”.
Da questo punto di vista assistiamo quindi a una sorta di cortocircuito. Imprenditori e manager nell’era dei robot e della competizione sfrenata hanno bisogno di persone che gestiscano in modo creativo e intraprendente situazioni difficilmente riconducibili ad un rigido mansionario, ma si trovano a fronteggiare una mentalità per cui lavorare significa eseguire qualcosa che è stato prescritto da qualcun altro: “Non assumo iniziative, faccio quel che devo fare, l’azienda è tua, mica è mia”.

Da un lato abbiamo l’imprenditore che pensa: «Dovrebbe lavorare come se l’azienda fosse sua, mi aspettavo che sarebbe riuscito a cavarsela autonomamente», dall’altro il dipendente che recrimina: «Se mi dice di andare oltre il compitino e poi quando lo faccio mi rimprovera e mi invita a non prendere iniziative allora non capisco più niente». Chi ha ragione? E soprattutto come se ne esce?

* Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring

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