IL DESIGNER

«Essere di Murano è stata la mia fortuna»

Luca Nichetto apprende il lavoro in famiglia: gli esordi da Salviati e Foscarini

di Giovanna Mancini


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Luca Nichetto

3' di lettura

Ormai il 99% del suo tempo, al netto dei numerosi viaggi di lavoro, lo trascorre a Stoccolma dove – oltre alla sede svedese del suo studio di design aperta nel 2011 – si trovano la sua compagna e i loro due bambini.

Con il suo studio (che ha una sede anche a Venezia) lavora per aziende e committenti di tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti, fino alla Cina. Eppure Luca Nichetto si sente oggi più veneziano di quando nella città lagunare abitava: «Sono in quella fase della vita di un emigrato in cui la mia città di origine mi sembra bellissima – racconta – e non ne vedo nemmeno più i difetti». A 43 anni, un diploma all’Istituto d’arte di Venezia e una laurea allo Iuav, Nichetto ammette: «Essere veneziano è stata la mia fortuna, e ancora di più essere di Murano».

Quanto ha influito la sua città nel suo lavoro?

Moltissimo. Per me vedere un disegno che diventa un oggetto è sempre stata una cosa normale. A Murano quasi tutti sono in qualche modo coinvolti nella lavorazione del vetro. Mio nonno era maestro vetraio, mia mamma decoratrice e mio zio aveva un’azienda. Io studiavo all’Istituto d’Arte, che aveva una sezione dedicata al vetro, e con alcuni miei compagni andavamo in giro per le aziende a vendere i nostri disegni. E ce li comperavano!

Quando ha deciso che voleva farne un mestiere?

È avvenuto tutto in modo molto naturale: non credo di aver mai veramente deciso di diventare un designer. In realtà non sapevo nemmeno che esistesse un mestiere con questo nome... è venuto da sé. Finita l’Università ho iniziato a lavorare per Salviati, un’importante azienda del vetro di Murano, in quegli anni guidata dal britannico Simon Moore come direttore creativo, e poi ho collaborato con Foscarini proprio nella fase in cui l’azienda stava sperimentando l’uso di materiali diversi dal vetro. Entrambe queste esperienze mi hanno aperto a nuove influenze e da lì ho cominciato a collaborare con aziende di tutto il Triveneto, per poi arrivare a Milano.

Ma nella capitale del design non si è fermato... Come mai?

Sinceramente ho trovato la comunità milanese del design un po’ chiusa: mi sentivo uno straniero pur essendo in Italia e quindi, straniero per straniero, ho preferito andare in giro per il mondo. Paradossalmente credo che non essere di Milano, o legato a quella città, mi abbia aiutato a intraprendere una carriera internazionale.

Essere di Venezia, invece, aiuta?

Sì, perché Venezia ha sicuramente tanti problemi, ma è una città molto internazionale, con una storia e una tradizione riconosciuta, che agevola i rapporti in tutto il mondo. Forse deriva dalla nostra storia, o forse dall’abitudine che ogni veneziano ha, sin da bambino, a essere circondato da culture, volti e lingue di tutto il mondo. E poi per me Venezia è sempre stata una fonte di ispirazione, come del resto lo sono tutte le città italiane.

Che opinione ha dell’Italia, guardandola da lontano?

Non mi capacito di come sia possibile che non riusciamo a valorizzare, e anche monetizzare, il patrimonio immenso del nostro Paese come invece fanno i francesi o gli americani. Parlo del design, il settore che conosco, ma credo che lo stesso si possa dire per qualunque ambito. Forse abbiamo troppo, e quando uno ha troppo non fa alcuno sforzo per ingegnarsi e migliorare. Credo che dovremmo lasciare da parte un po’ di quella arroganza che ci fa sentire superiori per la nostra storia e il nostro made in Italy, e diventare un po’ più cittadini del mondo, cercando di imparare dagli altri strumenti e idee per innovare.

Si sente un po’ un ambasciatore del nostro Paese nel mondo?

Nel mio piccolo ci provo: ormai il mio studio lavora più per clienti esteri che italiani, ma cerco sempre di utilizzare il saper fare delle nostre piccole aziende o botteghe artigiane: anche questo è un modo per aiutare il made in Italy a crescere ed esportare.

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