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Estirpare la violenza economica richiede un approccio sistemico

La violenza di cui nel nostro Paese le donne sono vittime è anche violenza economica, che non potrà essere estirpata se alle donne non sono garantite indipendenza economica e parità di condizioni finanziarie, sociali e lavorative.

di Elena Bonetti

3' di lettura

La violenza di cui nel nostro Paese le donne sono vittime è anche violenza economica, che non potrà essere estirpata se alle donne non sono garantite indipendenza economica e parità di condizioni finanziarie, sociali e lavorative. Le politiche che realizzano l’empowerment economico delle donne hanno come effetti certificati l’aumento del Pil e capacità di governare le sfide dell’innovazione. Secondo un recente studio Ambrosetti, un quarto dell’aumento strutturale del Pil legato al Pnrr verrà dall’aumento dell’occupazione femminile. Investire in lavoro femminile “conviene”, e la certificazione per la parità di genere, con detrazioni fiscali per le imprese e premialità negli appalti pubblici, è un primo innovativo strumento di incentivo per questo processo. L’assegno unico sostiene il reddito delle famiglie, tenendo conto del numero di figli e nel contempo premia il lavoro femminile. Con la prima Strategia nazionale per la parità di genere, il governo Draghi ha inaugurato un metodo strutturale con investimenti misurabili negli obiettivi e monitorabili nel processo attuativo. Su questa strada abbiamo impresso un’accelerazione inedita nel Paese, e il massimo storico registrato da Istat sull’occupazione femminile lo conferma.

La manovra del governo Meloni non investe in lavoro femminile. Non attua le misure sul welfare aziendale, il sostegno al reddito delle donne, la rimozione dei costi della maternità, i congedi paritari, che nel Family Act sono passi strutturali. E il quoziente familiare che il governo vuole introdurre dà vantaggi fiscali ai nuclei familiari in cui le donne non lavorano.

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Un governo politico ha tutto il diritto di affermare la propria visione del mondo e di proporre soluzioni che di quella visione siano concreta attuazione. Ma, piaccia o meno, è sempre la forza dei fatti il banco di prova della politica: se non si sostiene il lavoro femminile con misure e risorse adeguate non c’è autonomia economica per metà del Paese. Se la metà della popolazione italiana, quella femminile, non lavora, lavora a stento o è mal retribuita, il Paese non avrà futuro né sostenibilità economica, dal Pil alle pensioni.

Il lavoro femminile è un tema macroeconomico di portata poderosa. Non a caso il governo di Mario Draghi ha fatto del sostegno al lavoro femminile una chiave di sviluppo strategica. Questo governo, finora più attento ad affermare un’idea di femminile che pronto a riconoscere potenziali scenari di sviluppo e a pianificare azioni di sistema, fallisce integralmente l’obiettivo. Che può essere invece centrato con interventi strutturali e sistemici già per questa legge di bilancio, ed è la proposta del Terzo Polo: estendendo i congedi di paternità a 30 giorni; con mesi di congedo parentale a indennità aumentata: 60% dello stipendio per il primo mese preso da madre e padre, 50% per il secondo, 40% per il terzo e 30% dai successivi; azzerando per le imprese i costi per la maternità – indennità e contributi – e per le sostituzioni di maternità; garantendo rimborsi spese per servizi domestici, servizi educativi, babysitting; portando a 3mila euro il fringe benefit per il welfare familiare. Le risorse ci sarebbero, se si investissero quei 6 miliardi promessi dalla premier in campagna elettorale. Lo sviluppo chiede la libertà delle donne, e la libertà oggi ancora loro negata, anche nel lavoro, è violenza. Che, sia chiaro, fa male alle donne e fa male al Paese.

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