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Etiopia, i ribelli del Tigray verso Addis Abeba. Come si è arrivati alla crisi

Le forze tigrine si stanno avvicinando alla capitale, il premier Abiy chiede di fare muro. Come si è arrivati alla crisi e perché è pericolosa per l’intera regione

di Alberto Magnani

Aggiornato il 4 novembre alle 14:19

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5' di lettura

Si fa sempre più incandescente la situazione in Etiopia, il paese del Corno d’Africa nel vivo di una guerra civile fra i ribelli della regione settentrionale del Tigray e il governo di Addis Abeba. Il primo ministro Abiy Ahmed, Nobel per la Pace nel 2019, ha dichiarato uno stato d’emergenza di sei mesi in risposta alla avanzata delle truppe tigrine verso la capitale, facendo appello ai cittadini perché «difendano» la città dall’ingresso delle truppe separatiste. Ora i ribelli hanno guadagnato altro terreno e sono sempre più vicini ad Addis Abeba, mentre l’Unione europea e la Intergovernmental Authority on Development (Igad) invocano il cessate in fuoco.

È l’escalation più brusca di un conflitto esploso nell’autunno 2020, quando Abiy ha dato il via all’offensiva contro la regione per replicare agli attacchi delle forze tigrine alla base militare di Sero.

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Nei piani di Abiy, fresco di ri-elezione dopo il voto di luglio 2021, le tensioni si sarebbero dovute risolvere nell’arco di qualche settimana. Il blitz è sfociato in una guerra intestina che si trascina da oltre un anno e rischia, ora, di far piombare definitivamente nel caos la capitale del secondo paese più popoloso dell’Africa (115 milioni di abitanti), sede dell’Unione africana e snodo economico e commerciale di prima importanza per il Continente. Un report pubblicato il 3 novembre dalle Nazioni unite ha denunciato le «estreme brutalità» commesse da entrambi le parti in conflitto, senza sbilanciarsi sulle maggiori responsabilità. Gli abusi perpetrati includono torture sui prigionieri, strupri di gruppo e arresti su base etnica.

Come si è arrivati a questa crisi?

L’avanzata tigrina verso Addis Abeba è l’ultimo capitolo di una guerra che ha fatto riemergere tutte le tensioni interetniche dell’Etiopia, incrinando le ambizioni di unità nazionale incarnate dallo stessi Abiy. Il premier, salito al potere nel 2018, ha dissolto la coalizione di governo fra i principali gruppi etnici che aveva governato per tre decenni il paese: Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, un blocco politico che vedeva fra le sue forze di maggior peso proprio il partito tigrino (Tigray People’s Liberation Front, Tplf). La scelta di Abiy di sciogliere il partito e dare vita a una formazione che superasse le logiche di divisione etnica non ha incontrato i favori del Tpfl, espressione di una regione che incide sul 6% della popolazione etiope (circa 7 milioni di persone nel 2020) ma gode di un’influenza notevole negli equilibri nazionali.

Le tensioni fra la capitale e i ribelli del nord erano già fermentate di fronte alla scelta dei secondi di indire a settembre 2020 delle elezioni per il consiglio di Stato tigrino, uno strappo ovviamente sgradito ad Abiy e al potere centrale di Addis Abeba. La scintilla della guerra oggi in corso sono stati gli attacchi alle basi militari etiopi nell’ottobre 2020, l’episodio che ha spinto (ufficialmente) Abiy a reagire con l’invio delle truppe a nord. L’operazione militare ha coinvolto anche contingenti in arrivo dall’Eritrea, il paese confinante ed ex avversaria della stessa Etiopia, oltre a truppe della regione Ahamara.

Il blitz previsto da Abiy è degenerato nella guerra in corso. A giugno 2021, a otto mesi dall’inizio delle ostilità, le forze tigrine hanno ripreso «al 100%» il controllo della capitale Macallè. Nello stesso mese il governo di Addis Abeba ha isolato completamente la regione, bloccandone l’accesso a beni commerciali e aiuti umanitari, producendo quello che il report delle Nazioni unite classifica come «un severo impatto socio-economico sulla regione». Secondo dati risalenti a ottobre, almeno 500mila persone sono ridotte alla fame, mentre la stessa Onu ha dovuto interrompere il trasporto di beni umanitari a Macallè.

L’avanzata dei ribelli ha ripreso vigore a ottobre, avvicinandosi sempre di più alla capitale. Le forze tigrine hanno conquistato alcune città nella regione di Ahmara (Dessie, Kombolcha), entrambe cruciali per l’accesso a una delle principali rotte commerciali del paese. Ora l’irruzione ad Addis Abeba sembra sempre più verosimile, con effetti dirompenti sulla stabilità dell’intero paese. L’equilibrio interetnico caldeggiato da Abiy è sempre rimasto fragile e potrebbe crollare definitivamente con la caduta della capitale. Ci sono dei combattimenti in corso anche nella più estesa regione dell’Oromia, patria di oltre un terzo della popolazione etiope.

E ora cosa si rischia?

Addis Abeba è sede dell’Unione africana, l’organizzazione che riunisce i 55 paesi del Continente, oltre a essere uno snodo decisivo a livello logistico e commerciale. La sua caduta avrebbe effetti rilevanti, anche a livello simbolico, rispetto ai rischi di una «balcanizzazione» del paese e la fine dei tentativi unitari di Abiy.

L’Etiopia è un paese fondamentale per la stabilità della regione del Corno d’Africa ed era considerata una fra le economie più promettenti del Continente, con un tasso di crescita del Pil arrivato a correre di quasi il +10% tra 2007-2008 e 2017-2018 e le speranze riposte nell’agenda riformista di Abiy per modernizzare e diversificare il tessuto produttivo.

La sua crisi può ripercuotersi sui paesi confinanti, già «contagiati» dall’effetto domino delle fibrillazioni corso in Etiopia. Come spiega Uoldelul Chelati Dirar, professore di Storia e istituzioni dell’Africa all’Università di Macerata, l’instabilità etiope «ha immediatamente avuto riflessi sugli equilibri regionali con il massiccio coinvolgimento militare dell'esercito eritreo, il manifestarsi di forti tensioni ed occasionali scontri tra Etiopia e Sudan nel territorio di al Fashaga (oggetto di dispute territoriali), forti tensioni e scontri a Gibuti».

In un certo senso, aggiunge «anche il recente colpo di stato in Sudan oltre che come il risultato di una crisi interna alla politica sudanese può essere visto anche come un riflesso della crisi innescata dal conflitto in Etiopia»

La parabola di Abiy

Le turbolenze dell’Etiopia coincidono con il crollo reputazionale di Abiy, il leader che era stato accolto in un clima quasi euforico nelle prime fasi del suo mandato. Dopo un debutto segnato da aperture democratiche e politiche, la «Abiymania» è naufragata fra le accuse di derive autoritarie, la crisi umanitaria in Tigray e un rapporto a tratti ostile con la comunità internazionale: sette funzionari Onu sono stati espulsi a ottobre per «ingerenze» con la politica nazionale. Ora lo stato d’emergenza proclamato consentirà arresti arbitrari e l’imposizione di misure di coprifuoco, col rischio di alimentare i timori di una china autocratica del Paese.

Abiy, spiega Chelati Dirar (Università di Macerata), sta pagando una sequela rapidissima di errori: da «l'avvio di un'alleanza deleteria con il governo eritreo che lo ha sospinto sempre più verso una deriva autoritaria e militarista» al ritiro delle libertà che aveva appena concesso, fino alla degenerazione in una «retorica nazionalista condita con ambigue oscillazioni tra una specie di profetismo di matrice religiosa ed attacchi contro la leadership tigrina». Su scala internazionale, intanto, il premier ha finito per giocarsi «molto del credito di cui godeva per aver sistematicamente rifiutato qualsiasi proposta di mediazione avanzata dall'Unione Africana e dalla diplomazia Usa».

Riproduzione riservata ©

  • Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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