CREMINA LAVICA DALLE VITI

Etna, dalla lava il vino per curare il corpo

In corso la sperimentazione delle Cantine Patria di Castiglione di Sicilia: avviato l’impianto di vitigni autoctoni (Nerello mascalese e Caricante) su una colata lavica di un secolo fa. Il progetto è di arrivare a un nuovo prodotto da utilizzare sia sul versante food che su quello della cura del corpo

di Nino Amadore


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(AP Photo/Salvatore Allegra)

3' di lettura

Rendere fertile e far fruttare una colata lavica di appena un secolo fa. È la sfida di Franco Di Miceli, fondatore e amministratore delle Cantine Patria che fanno capo a La Trinacria Corporation Srl, con radici tra Monreale e Corleone nel palermitano, ma ormai saldamente insediato nel catanese, a Solicchiata, frazione di Castiglione di Sicilia, alle pendici dell’Etna. E proprio qui, sul versante nord del vulcano a circa 750 metri sul livello del mare, Di Miceli ha avviato il progetto sperimentale (in collaborazione con le Università di Catania, Modena e Torino) per la coltivazione di vitigni autoctoni (nerello mascalese e caricante) su una colata lavica per così dire recente: «Di solito - spiega - si torna a coltivare sulla lava millenaria. Questa che ho lanciato è una sfida».

La cantina

Il nuovo prodotto ricco di minerali grazie a i fondi dell’Europa

Una sfida doppia si direbbe, possibile grazie ai finanziamenti dei Fondi Ue del Piano di sviluppo rurale della Regione siciliana: da un lato la sperimentazione delle coltivazioni, dall’altro quello di immettere nel mercato un prodotto nuovo che Di Miceli chiama «una cremina» ovvero il frutto di una lavorazione dell’uva molto particolare destinato sia alla tavola che al corpo: «C’è stato un tempo in cui si produceva il vino solo per l’alcol - spiega Di Miceli - poi si è passati alla fase in cui il vino era, ed è apprezzato per i profumi, per la qualità. La mia idea è quella di arrivare a una fase ulteriore in cui non solo il vino ma anche un prodotto particolare possa essere utilizzato anche per il corpo. Il vino prodotto da queste parti ha proprio le giuste caratteristiche perché ciò avvenga: le nostre uve si nutrono dei minerali della lava. Insomma l’Etna ci regala quella ricchezza naturale che è preziosa per il palato ma, io credo, anche per il corpo».

La sperimentazione, su un totale di venti ettari di terreno che verrà strappato al deserto della colata lavica, è ormai nel dna dell’azienda (che ha all’interno un laboratorio di ricerca) e fa parte di un progetto complessivo di trasformazione di questa azienda che Di Miceli ha creato all’inizio degli anni Novanta dopo aver rilevato la storica cantina Torrepalino nata nel 1971. Di Miceli è un pioniere della produzione di vino sull’Etna: «Quando sono venuto qui tutti mi prendevano per matto a partire dai miei familiari - racconta -: la produzione di vino sull’Etna era stata quasi abbandonata ma soprattutto era stata abbandonata la qualità. Eravamo in pochi a crederci». 

Etna, un brand di tendenza
Ora, si può dire, è tutta un’altra musica: l’Etna è di tendenza. Anche l’azienda creata da Franco Di Miceli è cambiata: c’è la sala degustazione, un anfiteatro (l’Arena Palici in pietra lavica, ristrutturata nel 2005), ma in cantiere ci sono anche una piscina e investimenti sul fronte dell’ospitalità. Il tutto si affiancherà alla produzione di vino (oggi la cantina produce ogni anno mediamente 1,150 milioni di bottiglie, di cui il 30% per conto terzi, e fattura in media 4,5 milioni l’anno) con un occhio di riguardo al turismo: particolarmente suggestivo, per esempio, è il percorso sotterraneo fra le lave millenarie con la cantina collocata nel cuore della terra, sotto le colate laviche susseguitesi nei secoli. «L’Etna - dice Di Miceli - è un brand fortissimo ed è un luogo particolare, capace di rinnovarsi ogni anno. Le aziende devono avere la capacità di stare al passo con il Vulcano proponendo sempre cose nuove e puntando sul benessere».

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