Opinioni

Euro, il dilemma dei nuovi entrati

Le motivazioni economiche vanno temperate con quelle della psicologia e della politica

di Donato Masciandaro

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(AFP)

Le motivazioni economiche vanno temperate con quelle della psicologia e della politica


3' di lettura

Nei giorni scorsi Bulgaria e Croazia hanno aderito all’accordo di cambio che è la sala d’attesa per i Paesi che vogliono entrare nell’area euro. È una buona occasione per interrogarsi sulle ragioni che rendono conveniente per un Paese europeo utilizzare la moneta unica. Soprattutto per evitare di utilizzare criteri vecchi e superati.

Negli anni 90 l’appartenenza di un Paese all’area euro veniva valutata con il cosiddetto criterio dell’area monetaria ottimale, familiarmente battezzato il metro Oca. Va ricordato che il metro Oca si è affermato come unità di misura ben prima degli anni 90, e anche fuori dall’Europa: dal 1946, 123 Paesi hanno dovuto decidere se aderire o no a una unione monetaria, e di questi 83 si sono posti il problema dal 2015 a oggi. Utilizzare il metro Oca per un Paese significa porsi una domanda e darsi una risposta. La domanda è: mi conviene delegare la mia politica monetaria a una banca centrale che sia al contempo indipendente e sovra-nazionale? La risposta è positiva se il Paese è economicamente e finanziariamente integrato con l’area a cui vuol partecipare, oppure – nelle versioni più recenti – se tale integrazione viene accentuata dall’adesione, grazie a un effetto acceleratore. Utilizzando il metro Oca, a un Paese europeo conviene utilizzare l’euro se il suo grado di convergenza con altri Paesi – effettivo o atteso – aumenta.

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Quando nacque l’euro, tutti gli amanti del metro Oca ne diagnosticarono una vita breve e dolorosa. In particolare, si comparava il grado di integrazione dei Paesi europei a quello degli Stati Uniti, e osservando che i secondi erano più omogenei dei primi, si concludeva che provare a creare una area monetaria europea era un tentativo sbagliato, che poco sarebbe durato.

Ora, a venti anni di distanza, che cosa ci dice il metro Oca, guardando all’area euro, e comparandola con gli Stati Uniti? Non esiste una risposta univoca, ma il modo più sistematico è guardare a una batteria di indicatori macroeconomici, che guardino le performance reali, fiscali e monetarie dei Paesi appartenenti all’area euro, calcolandone il grado di convergenza; va aggiunto che i calcoli si complicano perché il perimetro dei Paesi è a geometria variabile: nel 1999 i Paesi euro erano 11, poi si è aggiunta la Grecia nel 2001, poi progressivamente si è arrivati a diciannove nel 2015. Per le performance reali, la convergenza si misura guardando all’andamento del ciclo economico e dell’occupazione, nonché agli indicatori sul commercio e sulla competitività, inclusa la variazione dei prezzi al consumo. Per le variabili fiscali e monetarie, è naturale osservare da un lato l’andamento di deficit e debiti pubblici, dall’altro la dinamica delle variabili monetarie e creditizie. Raccogliendo tutte le informazioni – e con un eroico sforzo di sintesi – si può costruire un indice di convergenza medio per il periodo che va dal 1999 al 2018, utilizzando sia i dati europei che quelli statunitensi.

Il risultato più rilevante è che la convergenza non è aumentata nell’area euro, ma neanche negli Stati Uniti, nonostante i secondi partissero da un livello di omogeneità più alto; quindi sarebbero dovuti essere stati avvantaggiati dall’effetto acceleratore prima ricordato. I dati sono solo la conferma di un risultato più generale che l’analisi economica ha raggiunto in questi anni: il metro Oca – da solo – non funziona. Le aree monetarie esistono, o scompaiono, senza che il metro Oca spieghi perché. La ragione? Chi decide se aderire o no all’euro non è interessato alla convergenza dell’area monetaria, ma a quello che accadrà al suo Paese. Non basta: se a decidere sono i governi in carica, quello che conta può non essere l’analisi del benessere dei cittadini a vent’anni, ma il consenso politico che si ottiene subito dalle scelte di adesione – o meno – a una area monetaria. L’analisi dei costi e benefici economica è monca, se non è integrata dall’analisi della convenienza politica di chi compie le scelte. La politica conta. Non basta: i fatti sono importanti, ma anche le percezioni sono fondamentali, soprattutto in un mondo ove i social media hanno un ruolo sempre più rilevante.

Quindi anche la psicologia conta, nei politici come negli elettori. Delegare la politica monetaria ha vantaggi e costi attesi. Ma se i vantaggi si realizzano – ad esempio la stabilità monetaria – diventano status quo, quindi lo si può dimenticare (effetto amnesia).

Se c’è uno shock – ad esempio una recessione, che magari colpisce i Paesi dell’area monetaria in modo diseguale – il costo della delega della politica monetaria diventa l’unico effetto percepito, e il consenso pro moneta unica può calare (effetto shock). Per cui, guardando l’anticamera dell’euro che torna a riempirsi, attenzione al metro Oca; da solo è fuorviante, se non lo tariamo con i pesi e contrappesi della politica e della psicologia.

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