LO STUDIO DI CERVED RATING AGENCY

Euro, con Italexit un’azienda su cinque rischia di chiudere

di Luca Orlando

Fuori dall’euro? Più inflazione, isolamento, blocco di capitali e merci

3' di lettura

Italia fuori dall’euro? Un negozio su quattro chiuderà. Non si tratta di una presa di posizione politica, dell’ammonimento di Bruxelles o di una critica dell’opposizione ma il risultato di un studio dell’agenzia di rating Cerved, che ha valutato l’impatto sull’economia reale di un possibile default del nostro debito sovrano.

Lo studio prende in esame quattro ipotesi alternative, non assegnando alcuna probabilità particolare alle diverse casistiche ma ragionando piuttosto sulle possibili ricadute per le imprese, che nell’ipotesi estrema si troverebbero ad affrontare un quadro di grande complessità.

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Il default del debito italiano, al momento solo un’ipotesi di scuola, diventa meno irreale se si guarda invece al dibattito in corso sull’euro. L’uscita del presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi («sono straconvinto che l'Italia con una propria moneta risolverebbe gran parte dei propri problemi»), per quanto subito rettificata dallo stesso, ha costretto il premier Conte ad una presa di posizione diretta, creando comunque scompiglio nell’intera zona euro e spingendo verso il basso le quotazioni delle moneta unica. Insomma, anche se magari era solo una boutade, più di qualcuno, alla luce della direzione presa dal Governo giallo-verde ora ci crede.

«E il default - spiega l’ad di Cerved Rating Agency Mauro Alfonso - sarebbe una conseguenza prevedibile nell’ipotesi di un abbandono dell’euro. Con una lira che si svaluta di qualche decina di punti percentuali come si ripaga un debito in valuta pregiata?».

Lo studio Cerved

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Lo studio di Cerved, realizzato a luglio ma che se aggiornato ad oggi per gli analisti non cambierebbe di una virgola, adotta un metodo innovativo, affiancando ai modelli statistici le (poche per fortuna) esperienze concrete di fatti già accaduti, dalle crisi in America Latina di fine anni ’90 alle difficoltà della Russia, per arrivare fino al caso recente della Grecia.

Il risultato, ad ogni modo, per l’Italia sarebbe devastante, anche a causa di alcune fragilità strutturali che ci differenziano dal resto d’Europa: una crescita sistematicamente inferiore rispetto alla media Ue e una disoccupazione al contrario molto più elevata. Il nostro Pil del 2019 si ridurrebbe così del 6%, del 5% l’anno successivo, mentre i rendimenti decennali schizzerebbero al 12 per cento.

Un quadro che travolgerebbe l’economia reale, facendo impennare i fallimenti tra imprese. Dall’attuale livello del 6,8% si arriverebbe per alcuni settori anche oltre il 20 per cento. Il crollo dei consumi interni provocherebbe una sorta di maremoto per alberghi e ristoranti (28% di default nel 2020) così come per il commercio al dettaglio. In questo caso le probabilità di default sono viste al 19% il prossimo anno, al 24% nel 2020 quando dunque un’azienda su quattro potrebbe non alzare più la propria saracinesca.

Nessun comparto sarebbe immune, con i risultati migliori per chimica-farmaceutica, componentistica e Ict, che pure vedrebbero oltre un’azienda su dieci chiudere i battenti. Danni rilevanti vi sarebbero anche per le costruzioni (24% di default), così come per la filiera dell’abbigliamento (20%).

Circostanze severe, si legge nello studio, che tuttavia non paiono così remote. Perché “collassi” nelle situazioni macroeconomiche devono essere considerati seriamente, dato che la possibilità per l’Italia di lasciare l’unione monetaria o di incappare nel default del debito sovrano (per l’agenzia di rating si tratterebbe di una diretta e inevitabile conseguenza di Italexit) è uno degli scenari che si profilano all’orizzonte.

«Uno dei problemi più gravi - chiarisce Alfonso - sarebbe rappresentato dal credito, e non solo per la prevedibile corsa allo sportello dei correntisti. Se il valore dei titoli di Stato crolla si erode il patrimonio per le banche, che dunque devono ridurre gli impieghi, oppure ricapitalizzare. Opzione quest’ultima di difficile realizzazione se il quadro fosse quello descritto. La contrazione dei prestiti sarebbe abnorme, con effetti devastanti sul sistema».

Effetti meno gravi vi sarebbero invece per le aziende a forte vocazione internazionale, per le quali una forte svalutazione interna potrebbe produrre un guadagno competitivo. Sempre che la struttura dei costi, che comunque lieviterebbe per il prevedibile rincaro di materie prime e forniture, non vanificasse i guadagni in termini monetari.

Comunque la si guardi, “Italexit” non si presenta dunque come un buon affare. Può darsi che Borghi comunque non cambi idea (è in effetti «straconvinto») ma almeno un’occhiata preventiva allo studio Cerved sarebbe il caso di darla.

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