1999-2018

Euro, l’Italia perde potere d’acquisto. Ma non è colpa della moneta unica

di Chiara Bussi


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(Bloomberg)

3' di lettura

L’impatto dell’inflazione negli anni dell’euro si è fatto sentire più in Spagna che in Italia, ma a conti fatti i big dell’area, compresa Madrid, hanno visto crescere il potere d’acquisto. Tutti tranne il nostro Paese, che si è scoperto più povero. Lo dimostra la retrospettiva scattata dal Sole 24 Ore del Lunedì con l’aiuto di Ref Ricerche in occasione del ventesimo anniversario della moneta unica. Il big bang è andato in scena il 1° gennaio 1999, con il debutto dell’euro come valuta virtuale, poi diventato strumento di pagamento reale tre anni dopo, prima per undici e in seguito per 19 Paesi.

Se si confrontano i tassi di inflazione medi nel periodo prima e dopo il “changeover”, la temuta fiammata non si è verificata. «Già nei tre anni precedenti al 1999 - fa notare Fedele De Novellis, responsabile della congiuntura di Ref Ricerche - il costo della vita era stato forzato verso il basso dalle aspettative di ingresso nella moneta unica e nel medio periodo l’inflazione si è situata intorno all’obiettivo del 2% fissato dalla Bce, con un livello molto basso negli ultimi anni». Restringendo il focus sui capitoli di spesa, in vent’anni l’area ha registrato un aumento cumulato dei prezzi del 40,8% (l’1,7% in media all’anno), con un impatto diverso a seconda dei Paesi e delle voci. In Italia il divario è stato di 10 punti rispetto a Francia e Germania: +44% (in linea con la media dell’Eurozona) contro rispettivamente +33,5 e +35,6 per cento. Questo significa un rialzo medio annuo dell’1,8% rispetto all’1,5% a Berlino e a Parigi.

Ma a scontare gli aumenti più consistenti sono stati gli spagnoli, con un rincaro cumulato del 53,6%, pari a una media annua del 2,2 per cento. Tutta colpa dell’euro? «In verità - precisa De Novellis - hanno influito anche altri fattori». In tutti i big, per esempio, spicca l’andamento al rialzo delle bevande alcoliche e dei tabacchi, che nel corso degli anni hanno subìto forti aumenti della tassazione. Più calmierati i prezzi di abbigliamento e arredamento, anche per effetto del low cost e dell’affermarsi della concorrenza cinese. A segnare una forte riduzione dei prezzi è stato invece il comparto delle comunicazioni, sulla scia dell’avvento di nuove forme gratuite (come Whatsapp), dell’innovazione e della competizione.

I PREZZI PRIMA E DOPO IL BIG BANG
I PREZZI PRIMA E DOPO IL BIG BANG
I PREZZI PRIMA E DOPO IL BIG BANG

Se si guarda invece al portafogli, i redditi reali delle famiglie (al netto dell’inflazione) sono cresciuti dell’11,3% nell’area, con una forbice che tra i grandi va dal 21,2% della Francia all’11,8% della Germania. È qui che il destino di Italia e Spagna si separa e il nostro Paese è l’unico con il potere di acquisto in calo: -3,8% in 20 anni. In Spagna, invece, cresce del 15,2 per cento.

«A fronte di un evento comune a tutta l’area - spiega De Novellis - il problema appare, dunque, tutto italiano. L’euro poteva essere l’occasione per rilanciare l’economia, ma così non è stato. A pesare è stato un mix di fattori: la bassa crescita del Pil, la stagnazione della produttività e l’abbandono della politica industriale. Poi è subentrata la crisi. In Italia la politica fiscale è diventata restrittiva, mentre la Spagna è riuscita a evitare un rientro brusco del deficit, ha avuto più risorse per combattere gli effetti della recessione sui bilanci familiari e non ha dovuto aumentare la pressione fiscale sulle famiglie».

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