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Euro, pappa reale di un Paese cicala

di Donato Masciandaro

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3' di lettura

«Addossare all’Europa le colpe del nostro disagio è un errore; non porta alcun vantaggio e distrae dai problemi reali» ha detto ieri il Governatore Visco.

Nostra traduzione: se un Paese ha uno Stato cicala, cioè più capace ad accumulare debito pubblico che a contribuire alla crescita del reddito nazionale, avere una moneta stabile è una specie di pappa reale, perché dà alla cicala l’opportunità di diventare formica. A meno che la cicala non sia così miope da sprecare il tempo che la pappa reale le ha regalato, e anzi, magari, attribuire il suo rachitismo economico proprio al suo unico nutrimento. Il finale, in quel caso, rischia di essere quello della favola.

Le Considerazioni finali del Governatore possono essere una occasione preziosa per ricordare le due aritmetiche da cui dipende la crescita macroeconomica di un Paese: una è l’analisi economica dei costi e benefici per la nazione nel suo complesso, in un orizzonte temporale di medio periodo; l’altra è l’analisi dei costi e benefici politici che i governi in carica fanno di volta in volta, sulla base delle loro ideologie o delle convenienze elettorali. Come ciascuno può immaginare, non è detto che le due prospettive siano sempre coincidenti. Anzi, spesso è vero il contrario. Allora le banche centrali possono svolgere un servizio prezioso alla collettività se – grazie alla indipendenza istituzionale e alla qualità del loro capitale umano – aiutano i cittadini ad avere sempre presente che in ogni questione economica rilevante le prospettive da considerare sono appunto almeno due.

Ieri il Governatore Visco ha svolto questo servizio, ricordando cosa l’Italia poteva attendersi quando – oramai venti anni fa – decise di entrare in una unione monetaria, delegando la tutela della stabilità monetaria a una istituzione – la Banca centrale europea – indipendente dalle cancellerie nazionali, come pure dai politici di Bruxelles. Il vantaggio atteso è quello di abbattere i costi dell’instabilità monetaria. L’instabilità monetaria è una tossina da due punti di vista: da un lato ostacola il commercio e la produzione dei beni e dei servizi; dall’altro provoca redistribuzioni dei redditi tra i cittadini che sono al contempo inefficienti e inique. Il Governatore ha puntualmente ricordato che per l’Italia il ventennio dell’euro è corrisposto a una crescita dell’integrazione reale e nel contempo in un azzeramento della tassa inflazionistica.

Il costo atteso di una unione monetaria è che il singolo Paese non può utilizzare gli strumenti della politica monetaria per affrontare gli imprevisti del ciclo economico. Ma questo si sa: è compito del singolo Paese, e dell’azione concertata di tutti i Paesi, disegnare e implementare le politiche economiche diverse da quella monetaria per svolgere una azione di prevenzione e contrasto delle fasi negative del ciclo economico.

Ma poi c’è l’analisi che i politici nazionali fanno dei costi e dei benefici di una unione monetaria. Quello che accade – e che è puntualmente accaduto per l’euro – è che la percezione dei politici e dei loro elettori viene condizionata dalle convenienze di parte, siano esse elettorali o ideologiche. Per cui, se l’instabilità monetaria è un ostacolo per i ceti produttivi, o l’inflazione una tassa insopportabile, il politico cede volentieri la sovranità monetaria a una banca centrale indipendente, la cui credibilità come attore di politica monetaria è maggiore proprio perché istituzionalmente separata dalla politica. Inoltre – e Visco non ha mancato di ricordarlo – i vantaggi dell’euro si sono anche riverberati sulla capacità degli Stati sovrani di finanziare la propria spesa pubblica. Su questo aspetto è emersa la differenza tra gli Stati formica e quelli cicala. La pappa reale è stata vitamina per la stabilità monetaria, ma anche nutrimento per gli Stati cicala. In altri termini, una banca centrale indipendente aumenta le garanzie di disciplina monetaria, ma non di disciplina fiscale. La tutela della disciplina fiscale sarebbe dovuta essere cura dei singoli Stati e sarebbe dovuta andare di pari passo con la costruzione di una Unione fiscale. Finora – come Visco ha ricordato – «l’unione di bilancio è rinviata a un futuro indefinito». L’effetto finale è che gli incentivi per lo Stato cicala a rimanere tale non sono diminuiti.

Rimane la speranza che siano i governi nazionali in carica a comprendere che la pappa reale va utilizzata al meglio. Non è detto che una cicala non possa smettere di essere miope. Soprattutto se capisce che gli conviene. Allora, parafrasando il Governatore, è possibile che «alzando lo sguardo oltre l’orizzonte della congiuntura», sia possibile avere una composizione del bilancio pubblico capace di coniugare crescita economica e disciplina fiscale. Soprattutto a favore di quelle generazioni che oggi non votano, né ieri erano presenti nei saloni della Banca d’Italia.

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