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Eurogruppo, dopo il fiasco provvisorio il vero ago della bilancia sarà la Germania

L'Eurogruppo non è riuscito a compiere la difficile sintesi tra le posizioni estreme dei Paesi nordici e quella dell'Italia, in parte appoggiata da Francia e Spagna

di Attilio Geroni

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L'Eurogruppo non è riuscito a compiere la difficile sintesi tra le posizioni estreme dei Paesi nordici e quella dell'Italia, in parte appoggiata da Francia e Spagna


4' di lettura

Un fiasco provvisorio e fino a un certo punto prevedibile. L'Eurogruppo che avrebbe dovuto decidere un pacchetto di misure urgenti (in tutto 500 miliardi di euro) per attenuare l'impatto dell'epidemia del Covid-19 sulle economie europee, non è riuscito a compiere la difficile sintesi tra le posizioni estreme dei Paesi nordici (Austria, Olanda, Finlandia e Danimarca) e quella dell'Italia, in parte appoggiata da Francia e Spagna.

Oggetto del contendere soprattutto il piano di ricostruzione, che secondo il progetto francese dovrebbe essere finanziato da un'emissione congiunta di titoli dei Paesi dell'Eurozona, una sorta di eurobond “light” perché limitato nel tempo (titoli di scadenza compresa tra 3 e 5 anni) e nello scopo, che è quello di ricostruire e rilanciare il tessuto economico e produttivo dell'Europa, prevedibilmente devastato da mesi di prolungata e forzata ibernazione.

Perché si sono arenate le trattative
In realtà non è solo su questo aspetto, fondamentale per offrire ai cittadini, e - perché no? - ai mercati, una prospettiva di medio termine e non solo la gestione dell'emergenza, che si sono arenate le trattative.

Il braccio di ferro c'è stato tra Olanda e Italia anche sulla condizionalità che il prestito del fondo salva-Stati, Mes, dovrebbe avere.

Due posizioni inconciliabili tra chi vuole utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità quasi con le stesse modalità esistenti e chi, come il governo italiano, fortemente condizionato dalla propaganda sovranista, non vuole alcuna condizionalità.

La Francia sta cercando di mediare e la Germania viene erroneamente associata ai “Frugal Four”, quando alla fine sarà lei il vero ago della bilancia tra le due intransigenze contrapposte, quelle appunto di Olanda e Italia.

Germania perplessa sui tempi
Le perplessità tedesche non sono tanto sull'utilizzo o meno di una forma di condivisione del debito nell'eurozona, ma nella sua tempistica.

Berlino vorrebbe prima valutare le dinamiche della pandemia, il suo eventuale rallentamento, le possibilità di parziali riaperture dell'attività economica e l'impatto delle varie misure prese a livello nazionale, finora accompagnate dalla rete di salvataggio della Banca centrale europea con il suo programma “pandemico” di acquisto di titoli (a man bassa i BTp). Berlino, insomma, vuole affrontare il problema non prima di settembre.

Dell'Olanda e della sua insopportabile intransigenza abbiamo già scritto e detto molto e al momento non vale la pena di tornarci, anche sulle accuse, fondate, di essere un paradiso di elusione fiscale.

Dell'Italia va aggiunto che al di là della continua richiesta di eurobond, manca un piano coerente di dettaglio sulle modalità di questa possibile emissione congiunta, di quali dovranno e potranno essere i capitoli di spesa. Così, tanto per rassicurare i partner europei. E invece no, solo richieste ultimative: o questo o quello. O il Mes senza alcuna condizionalità (difficile trattandosi comunque di un prestito da rimborsare). O gli Eurobond, ma non si sa bene come.

Stiamo dietro alla capacità propositiva dei francesi, ma non è sufficiente, perché dietro questa capacità propositiva - comunque da apprezzare nel pericoloso vuoto d'aria in cui rischia di galleggiare l'Europa nelle prossime settimane - ci sono sempre interessi nazionali.

La Francia non ha bisogno del Mes, ma quasi certamente avrà bisogno di una forma di eurobond perché la traiettoria del suo debito, quasi al 100% del Pil prima della crisi, non è rassicurante. Nei dettagli del suo piano ci sono aspetti interessanti poiché tra le linee guida su come e dove spendere le risorse c'è il sostegno alle filiere che prevedibilmente saranno più colpite dalla crisi e vengono citati l'automotive, il trasporto aereo e l'industria aerospaziale, tutti settori dove i francesi hanno gruppi di taglia mondiale.

A far pendere l'ago della bilancia sarà, come sempre, la Germania, che per muoversi ha essenzialmente bisogno di veder materializzare concretamente due paure. La prima è il rischio di disgregazione dell'Eurozona, eventualità non remota se il negoziato europeo dovesse avere riflessi sugli equilibri politici in Italia, con il coro sovranista che avversa il Mes e chiede eurobond senza ben capire che questi eurobond comportano una perdita di sovranità.

L'altra paura riguarda il suo isolamento, il suo restare sola rispetto, ad esempio, a una Francia che qualche rancore nei suoi confronti, in questi anni in cui il progetto europeista di Macron era rimasto inascoltato a Berlino, lo ha accumulato.

E sbaglia, infine, chi, come il governo italiano, parla di shock simmetrico.

Shock asimmetrico
Lo è soltanto nella sua origine, nella sua natura, in quanto esogeno, esterno alle magagne del mancato rispetto del Patto di Stabilità. Non è invece simmetrico, questo shock, nei suoi effetti, complessivamente devastanti, ma con intensità diversa da Paese a Paese, in funzione delle risorse nazionali di cui ciascuno dispone per fronteggiare l'impatto economico della pandemia.

Questa dolorosa asimmetria impone scelte diverse da quelle cui l'Europa ci ha abituato negli ultimi anni. Poco dopo la mezzanotte, danzando sul vulcano. La scelta dell'Eurogruppo non è un'opzione tecnica, ma una scelta morale, pesante, da girare ai capi di Stato e di Governo.

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