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Europa, su 880 mld di nuovi bond le incognite di politica e recessione

di Vittorio Carlini

Fitch conferma il rating BBB per l'Italia


4' di lettura

Scampato pericolo. La scelta di Fitch di non muoversi, confermando per l’Italia il rating «BBB»/Negativo, ha fatto tirare il classico sospiro di sollievo. Non solo agli operatori domestici ma anche a quelli internazionali. «Un inciampo in meno per le strategie d’investimento» è il leit motiv di molti esperti. Anche a fronte delle attese sulle nuove emissioni di titoli di Stato. Per il 2019, nell’Eurozona, le stime sui collocamenti lordi di governativi (long term) si assestano secondo S&P Global Ratings intorno a 881 miliardi. Una cifra, seppure le metriche sono differenti, confermata da UniCredit: in uno studio del dicembre scorso l’istituto indica l’ammontare di nuovi bond governativi (a media/lunga scadenza) a circa 850 miliardi. Si tratta di valori che, in linea di massima, non suscitano “scalpore”. La stessa agenzia di rating sottolinea che c’è l’incremento rispetto al 2018, ma questo rimane comunque contenuto (+1,6%). Insomma: il contesto, rebus sic stantibus, non richiama situazioni di stress.

L’Amleto politico
Tutto rose e fiori, quindi? La realtà è più complessa. Per rendersene conto basta confrontare i rendimenti dei titoli di Stato italiano e portoghese. Orbene: il BTp a 10 anni viaggia intorno al 2,85% mentre il governativo di Lisbona si attesta a circa all’1,46%. Cioè: il tasso del bond del Paese della penisola iberica è molto inferiore a quello di Roma. Il che, guardando al rating dei due Stati, non dovrebbe essere. S&P Global Rating, ad esempio, assegna a Lisbona un merito di credito(«BBB-»/Stabile) inferiore al nostro mentre Moody’s dà lo stesso voto. È chiaro che il mercato chiede un «premium risk» per investire sul debito del Belpaese. Un premio al rischio che, oltre alla sostenibilità del debito, è conseguenza anche dell’incognita politica. Non tanto con riferimento, come la stessa Fitch ha ricordato nella pagella dell’altro ieri, al pericolo di elezioni anticipate. «Che anzi - dice Angelo Drusiani esperto di Banca Albertini -, potrebbero contribuire a definire una maggioranza più omogenea di centro-destra che i mercati senza dubbio gradirebbero». Piuttosto quanto al timore, mai svanito tra gli investitori, che l’anima euroscettica di Lega e M5S alla fine salti fuori. L’Amleto dell’«Euro o non Euro» potrebbe cioè, giusto o sbagliato che sia, sciogliere il «dilemma» riguardo l’Unione monetaria. Peraltro il tema dell’incertezza politica pervade un po’ tutta l’Europa e lo si desume, seppure indirettamente, guardando al rendimento del Bund. Il decennale tedesco, venerdì scorso, “vantava” un tasso dello 0,096%. Si tratta di uno yield che, nonostante l’elevato rating di Berlino (tripla A) e il recente rallentamento dell’economia, non ha alcun senso. «Se non - spiega Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte Sim - considerando il Bund come bene rifugio. Un porto sicuro dalle intemperie, compresa quella dell’instabilità politica» che, viste le future elezioni spagnole e quelle europee, di certo non può sottovalutarsi.

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“It’s the economy, stupid!”
Ma non è solamente una questione di “sovranisti”, votazioni e timori sull’Italexit. Altro tema essenziale, che coinvolge i titoli governativi e i rating, è l’andamento economico. Su questo fronte, è noto, c’è stata una recente gara nella revisione al ribasso delle previsioni di crescita mondiali e non solo. Tra le diverse istituzioni il Fondo monetario internazionale ha abbassato la stima dell’espansione del Pil globale nel 2019 al 3,5%. In particolare, poi, l’area dell’Euro è prevista crescere, sempre nell’anno in corso, dell’1,6%. Si tratta di un trend che, partendo dalle dinamiche più generali come la battaglia commerciale voluta da Washington contro Pechino, va articolandosi in fattori locali: dal rallentamento dei consumi privati (Germania) all’impatto delle continue proteste («gilet gialli» in Francia) fino al calo della produzione industriale e delle esportazioni (Italia).

Proprio rispetto al Belpaese l’andamento del Pil, influenzato dal negativo contesto generale, è essenziale con riferimento al mondo del debito. Nello scorso dicembre, dopo un lungo e serrato confronto, l’Esecutivo ha concordato con Bruxelles l’obiettivo del Deficit/Pil per il 2019 al 2,04%. «È chiaro - spiega l’esperto di conti pubblici Maurizio Mazziero - che il reale trend del Prodotto interno lordo sarà determinante al fine di comprendere se il rapporto indicato sia sostenibile oppure no». L’Italia, attualmente in recessione tecnica, «deve sperare -aggiunge Drusiani - che gli aspetti espansivi della manovra, come ad esempio il reddito di cittadinanza, producano i loro effetti». In caso contrario, seppure il Governo nega l’ipotesi, c’è il concreto rischio di dovere a breve mettere nuovamente mano ai conti.

Al di là del “caso Italia” quello del rallentamento della congiuntura è un tema trasversale all’intera Europa. Un continente, come ricorda Moody’s, dove la tripla è appannaggio solo di Germania, Lussemburgo e Olanda, e le differenze tra i vari Stati sono notevoli. Così, ad esempio, si passa dal tasso di disoccupazione al 3,4% in Germania al 18,6% in Grecia. Oppure dalla crescita media, tra il 2017 e il 2019, del Pil pro capite al 3% in Belgio al quasi 6% in Irlanda. Una differenziazione che, da un lato, appesantisce la stessa dinamica congiunturale e delle finanze pubbliche; e, dall’altro, porta acqua al mulino degli anti-europeisti. “It’s the economy, stupid”!

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