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Europa al bivio: via i paradisi fiscali interni o rischio implosione

L'Europa rischia di implodere se non cancellerà i paradisi fiscali al suo interno. Per la Commissione europea la Babele tributaria costa all'Europa almeno 70 miliardi all'anno. L’Italia attrae investimenti esteri diretti pari al 19% del Prodotto interno lordo, mentre il piccolo Lussemburgo ne attrae per oltre il 5.766% del suo Pil

di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi


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(Adobe Stock)

4' di lettura

L'Europa rischia di implodere se non cancellerà i paradisi fiscali al suo interno. Bastano solo tre dati per fotografare la frattura tra i 28 Paesi dell'Unione europea.
Il primo: per la Commissione europea la Babele tributaria costa all'Europa almeno 70 miliardi all'anno.
Il secondo: l'Italia attrae investimenti esteri diretti pari al 19% del Prodotto interno lordo (Pil) mentre, ad esempio, il piccolo Lussemburgo – grazie alla sua politica fiscale aggressiva – attrae investimenti per oltre il 5.766% del suo Pil.

Il terzo: nelle 15mila società “bucalettere” registrate in Olanda transita un flusso di denaro di 4.500 miliardi di euro all'anno, quasi sei volte il Pil dei Paesi Bassi.

Il pericolo del dumping fiscale

I risultati di questa frattura tra i magnifici otto – Lussemburgo, Belgio, Olanda, Irlanda, Ungheria, Cipro e Malta – e il resto dell'Unione europea sono sotto gli occhi di tutti: disgregazione sociale, «distorsione della competizione tra le società e distrazione sleale di risorse dagli obiettivi di spesa dei governi nazionali», come ha messo nero su bianco la stessa Commissione europea il 7 marzo 2018, in un report inviato al Parlamento e al Consiglio europeo, alla Bce e all'Eurogruppo.

La principale sfida che la nuova Commissione europea e il nuovo Europarlamento si trovano ad affrontare è, dunque, quella fiscale. Dopo aver analizzato nel corso della precedente legislatura il tema dell'aggressività fiscale, le Istituzioni europee dovranno passare dalle parole ai fatti.

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Il presidente dell'Autorità garante del mercato e della concorrenza (Antitrust), Roberto Rustichelli, ha messo il dito nella piaga, quando nel rapporto 2018 presentato ieri a Roma, ha affermato che «la concorrenza fiscale all'interno dell'Unione europea mina la fiducia nel mercato unico e penalizza in particolare l'Italia».

Una riforma in salita

La strada della riforma, però, per l'Unione europea è tutta in salita, perché ogni Paese conta uno nel Consiglio europeo e dunque è necessaria l'unanimità dei voti per modificare le regole del gioco.

C'è da chiedersi perché i magnifici otto dovrebbero votare contro i propri interessi in nome di un'unità europea che sono i primi a non considerare. Le leggi fiscalmente aggressive votate all'interno dei propri parlamenti nazionali sono infatti del tutto legittime ma penalizzano gli altri Paesi membri. Capita a volte che vengano sanzionate a posteriori dalla Commissione europea, quando vengono considerati aiuti di Stato.

I casi sono pochissimi e restano aperti per anni, come i 14,3 miliardi di euro che la Commissione impone all'Irlanda di recuperare da Apple o come i 282,7 milioni di euro che il Lussemburgo è tenuto a recuperare da Amazon. Il Granducato deve anche incassare 23,1 milioni di euro da Fiat Finance and Trade. Rustichelli ieri ha rimarcato che il trasferimento della sede fiscale di Fca nel Regno Unito e quella legale in Olanda è un danno enorme per le casse dello Stato.

Il peso delle multinazionali

Proprio le multinazionali sono un ostacolo enorme al raggiungimento dell'obiettivo comune ai 28 Stati membri. Con un'attività di lobbing, i grandi colossi internazionali sono in grado di influenzare le strategie fiscali di molti di questi Paesi.

Basti guardare al numero di accordi fiscali tra imprese multinazionali e paesi dell'Unione europea. Il numero dei tax ruling firmati è aumentato del 64% tra il 2015 e il 2016, salendo da 1.252 a 2.053.

Che ci sia una ferita aperta lo dimostrano anche alcuni casi saliti alla ribalta internazionale negli ultimi anni, come lo scandalo Luxleaks del 2015, che ha portato alla luce oltre 548 accordi fiscali siglati tra il 2002 e il 2010 tra oltre 300 gruppi multinazionali (tra cui Pepsi, Ikea, Deutsche Bank, Apple) e le autorità fiscali del Lussemburgo. Accordi che hanno favorito schemi di pianificazione fiscale aggressiva incentivando un trasferimento verso il Lussemburgo di profitti realizzati in giurisdizioni a più alta fiscalità in cambio del pagamento di un'aliquota effettiva irrisoria, spesso inferiore all'1% degli utili dichiarati.

L’esplosione delle “shell companies”

Altro frutto avvelenato della mancata armonizzazione fiscale nell'Unione europea è la proliferazione di società “anonime”, “bucalettere” o “speciali” – tutte, comunque, definite shell companies, letteralmente “società conchiglia” – che possono rappresentare un veicolo perfetto per evasione, elusione, corruzione, lavoro nero o, ancor peggio, riciclaggio.

Il Parlamento europeo stima che ci siano approssimativamente 420mila imprese a prevalente capitale straniero nei singoli Stati europei e che più della metà – per l'esattezza 227mila – siano registrate nel Regno Unito. Le altre sono divise tra Estonia (33.500), Romania (30mila), Francia (27mila), Slovacchia (26.600) e agli altri 23 Stati membri (75mila).

Questi dati colpiscono soprattutto quando vengo messi a confronto con la popolazione residente. Ebbene si scopre che in Estonia c'è un'impresa a capitale prevalentemente straniero ogni 30 abitanti. Una situazione paradossale se si pensa che in un Paese altamente industrializzato come la Francia questo rapporto sale a un'impresa ogni 2.415 abitanti. Alto e anomalo risulta anche il dato del Regno Unito dove la pura statistica dà un'impresa controllata dall'estero ogni 568 residenti. Su questa percentuale incide però moltissimo proprio la presenza delle shell companies.

L’Europa al bivio

Di fronte a questi numeri tanto la Commissione europea, quanto il nuovo Parlamento europeo hanno solo due strade: non fare nulla e assistere alla progressiva disgregazione politica e sociale della Ue oppure muoversi rapidamente verso politiche fiscali che imbocchino la strada dell'armonizzazione e ripudino il dumping.

È in particolare l'Italia – come ha sottolineato Rustichelli – ad avere interesse che l'Europa imbocchi la seconda strada per porre fine ad una concorrenza sleale che penalizza il tessuto imprenditoriale nazionale, costituito in gran parte da piccole e medie imprese.

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