editorialei 60 anni dell’unione

Europa in cerca di antidoti al disastro

di Adriana Cerretelli

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4' di lettura

Il 25 marzo si celebrerà a Roma il sessantesimo anniversario dell’Europa comunitaria. E forse anche l’atto di nascita della nuova Unione a 27: non una marcia trionfale ma il frutto della prima amputazione della sua storia, quella britannica. La prima di una serie? La miccia di guai peggiori?

Si disserta da mesi di Europa a diverse velocità, cerchi concentrici, nucleo duro e avanguardie aperte. Ha cominciato Angela Merkel al vertice di Malta a lanciare il sasso nello stagno. Le proposte nuoviste crescono. Lunedì a Parigi il vertice del quadriumvirato Francia-Germania-Italia-Spagna.

Ferve l’attivismo diplomatico, si moltiplicano sulla carta i volonterosi architetti della nuova casa europea. Ma in giro non si respira entusiasmo tra i futuri abitanti del condominio. Tutt’altro. Chi potranno allora essere i committenti di un’impresa che, se va bene, sorgerebbe sul terreno friabilissimo del consenso popolare in caduta libera e se va male sull’ostilità conclamata di cittadini in rivolta? Cittadini che da anti-europei stanno diventando a-europei: cioè nazionalisti, protezionisti, nostalgici di vecchie radici e frontiere, nemici di ogni diversità.

Fatta l’Europa si dovevano fare gli europei: in 60 anni c’era tutto il tempo per riuscirci. Ma ci si è illusi che pace, sicurezza e prosperità avrebbero compiuto il miracolo per inerzia virtuosa. La mega-crisi del 2008 ha posto fine al grande abbaglio. L’Unione si è rivelata una conquista più di nome che di fatto: certo non un’unione di popoli.

È stato facile allora per i suoi detrattori decretare guerra a europeizzazione e globalizzazione sfruttandone disagi e paure e lati negativi, tacendo metodicamente su benessere e vantaggi che entrambe hanno anche abbondantemente distribuito e continuano a distribuire.

È nato così il sogno malato del cammino a ritroso, del rifiuto del mondo aperto, del buen retiro intorno al focolare di casa. Né i governi né i partiti né le tradizionali strutture di intermediazione hanno voluto cogliere il malessere che maturava in società sempre più insicure e per questo in rotta con establishment e vangeli del conformismo imperante ma incapace di dare risposte ai loro problemi quotidiani.

Proprio perché partoriti non da scatti di emotività irrazionale ma da un profondo smottamento socio-economico e culturale, le vittorie di Brexit in Regno Unito e di Donald Trump negli Usa rischiano di non essere episodi isolati ma l’espressione di un’insurrezione rumorosa destinata a travolgere al suo passaggio ordine e tenuta delle istituzioni, anche democratiche, del dopoguerra.

Europa e euro compresi?

Le divergenze economico-finanziarie cresciute dentro la moneta unica in questi anni emergenziali appaiono problemi risibili da gestire e superare se paragonati alle convergenze democratiche sfasciste e fuori controllo che si stanno accumulando nell’Unione in questo anno elettorale.

Il 15 marzo in Olanda non c’è solo la prospettiva che il partito della Libertà di Geert Wilders esca primo dalle urne ma, quel che è peggio, che il suo programma anti-Europa e immigrati dilaghi oltre gli steccati del suo elettorato conquistando i liberali del premier Rutte e i democristiani di Buma. Come se questa fosse la nuova normalità delle democrazie europee.

Lo stesso messaggio ben più di rottura arriva da Marine Le Pen, che promette di liberare la Francia da Europa, euro e Nato in nome di un credo nazionalista e protezionista senza remissione che inneggia a Brexit, corteggia la Russia, emula il trumpismo anche nella guerra ai media. Secondo gli ultimi sondaggi la leader del Fronte Nazionale non solo arriverà in testa al primo turno delle presidenziali del 23 aprile ma potrebbe al secondo turno raccogliere il 45% dei voti contro il 42 del candidato indipendente Emanuel Macron.

Se fosse vero, sarebbe uno shock dal potenziale ben più devastante di quello del divorzio britannico. Segnerebbe l’avvento di un’altra Francia, di un’altra democrazia e di un’altra Europa: l’anti-Europa, quella delle patrie resuscitate fuori tempo massimo e fuori dalla storia, la definitiva sepoltura di tutte le categorie, politiche e non, degli ultimi decenni in nome di una contro-rivoluzione di corto respiro, minimi orizzonti e risultati autolesionisti.

Accadrà davvero? Oggi in Francia la vittoria del lepenismo non è più esclusa con la stessa sicurezza dell’altro ieri. La capacità del Front National di banalizzarsi omologandosi agli altri movimenti anti-sistema europei, di farsi partito normale ma più organizzato e agguerrito dei suoi concorrenti, in un momento in cui vengono meno non solo gli assetti politici ma anche i tabù del dopoguerra, ne fanno un interlocutore graffiante e molto insidioso.

In settembre i tedeschi potrebbero decidere di mandare a casa Angela Merkel, un’àncora di stabilità per la Germania e forse anche di più per l’Europa, per eleggere una coalizione fatta da Spd, verdi e Linke, data in sorpasso sulla Cdu-Csu. Potrebbe anche accadere che, in caso di elezioni, l’Italia premi il Movimento 5 Stelle...

Tutti condizionali, per ora. Ma i rischi di destabilizzazione europea sono concreti. Del resto da tempo mercati e investitori stanno prendendo le misure di questo 2017 che, con le armi della sovversione democratica, potrebbe fare a pezzi l’Europa privandola al contempo di volontà e mezzi per ricostruirsi secondo un copione alternativo. AAA, antidoti al disastro cercasi, urgentemente.

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