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Investimenti green, Citigroup: «Europa più avanti. Puntiamo 250 miliardi sulla sostenibilità»

Parla Keith Tuffley, global co-head sustainability & corporate transitions group di Citi: «Vogliamo essere tra i principali leader globali nel finanziare la transizione verso un’economia più sostenibile»

di Alessandro Graziani

Climate change, tassare le emissioni di Co2: la mobilitazione europea

5' di lettura

Il colosso bancario Usa Citigroup ha da pochi giorni annunciato un maxi piano a cinque anni da 250 miliardi di dollari a sostegno della transizione verso un’economia globale più sostenibile. A illustrare la strategia della grande banca statunitense, in questa intervista a Il Sole 24 Ore, è Keith Tuffley, global co-head sustainability & corporate transitions group di Citi.

Citi ha da pochi giorni annunciato un maxi piano da 250 miliardi in cinque anni per favorire la transizione energetica e per ridurre i rischi dovuti al climate change. Un piano che fa seguito a quello da 100 miliardi annunciato nel 2005. In concreto, come pensate di agire?
La nuova strategia quinquennale per il progresso sostenibile al 2025 di Citi è di essere tra i principali leader globali nel finanziare la transizione verso un’economia più sostenibile. Crediamo infatti che il ruolo di una banca globale come la nostra sia quello di catalizzare e accelerare questo importante passaggio.

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Operativamente, quali sono i settori che intendete promuovere?
Ci focalizzeremo su soluzioni e attività a basse emissioni di carbonio in 8 settori emergenti: energie rinnovabili, tecnologie pulite, qualità e conservazione dell’acqua, trasporti sostenibili, edifici ecologici, efficienza energetica, economia circolare, agricoltura e uso sostenibile del territorio.

L'emergenza Covid 19 nel mondo ha accentuato il consenso delle popolazioni e, apparentemente dei Governi, verso i temi collegati al climate change. Dal vertice di una banca globale come Citi, ritiene che si tratti di una vera svolta?
L’emergenza Covid-19 ha incrementato l’impegno ad agire sul cambiamento climatico e sulla sostenibilità, ma non rappresenta necessariamente un punto di svolta. Questi temi hanno guadagnato terreno nell’opinione pubblica durante gli ultimi anni grazie a una combinazione tra scoperta scientifica, mobilitazione pubblica e azioni di governi e di imprese. Si è osservata una significativa mobilitazione internazionale nel corso del World Economic Forum 2020 di Davos, dove il tema del cambiamento climatico ha dominato l’ordine del giorno.

L’allarme Covid ha comunque accentuato la sensibilità generale ai temi ambientali. È così?
È inequivocabile che le sfide socio-economiche introdotte dal Covid-19 siano oggi al centro dell’attenzione. Il rallentamento dell’economia mondiale dovrebbe portare a una riduzione del 6-8% delle emissioni nel 2020. Tuttavia, nel programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (United Nations Environment Programme) emerge che per raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Parigi di limitare l’aumento delle temperature globali a 1,5 gradi entro il 2030, avremo bisogno di ottenere una riduzione delle emissioni del 7,6% per tutto il prossimo decennio. Sarebbe quindi necessario ripetere ogni anno la diminuzione registrata con l'emergenza Covid-19. Le discussioni su come si possano mantenere tali livelli di emissione senza un impatto sostanziale sull’economia, come registrato durante il Covid-19, sono oggetto di dibattito.

Tra qualche mese, esaurita la fase emozionale, torneranno a emergere resistenze al cambiamento?
L’attenzione e la mobilitazione internazionale che stiamo osservando in questo momento non ci fanno presagire alcun rallentamento in questa tendenza. Anche perché la pandemia ha mobilitato organismi internazionali - come il World Economic Forum, che ha annunciato la Great Reset Initiative, tema su cui si concentrerà il summit del gennaio 2021. Ha inoltre agito da forte catalizzatore per i Governi, come nel caso dell’Unione Europea, che ha fatto pressioni perché il Green Deal europeo fosse inserito nei piani di ripresa e nell’ambito del prossimo ciclo di bilancio dell’Ue.

Gran parte del mondo è in recessione a causa delle conseguenze del Covid. C’è chi sostiene che la transizione energetica non sarà a costo zero ma porterà a una temporanea ulteriore riduzione della crescita del Pil mondiale. Che previsioni fate?
Una parte fondamentale della transizione energetica sarà legata alla creazione di nuovi settori attraverso il finanziamento di investimenti e l'innovazione delle tecnologie a basse emissioni di carbonio. Questo processo richiederà una forte attenzione su temi come la creazione di posti di lavoro, l'occupazione, la formazione e il miglioramento delle competenze. Se i governi, le società e gli altri stakeholder coinvolti svilupperanno, attueranno e investiranno nel modo giusto nel progresso tecnologico necessario al cambiamento, garantendo allo stesso tempo il rispetto dei posti di lavoro e della comunità, non assisteremo a temporanee riduzioni del Pil.

Non accelerare la transizione energetica avrebbe ricadute sull’economia?
Non affrontare il cambiamento climatico attraverso modifiche di sistema, come la transizione energetica, comporterebbe un impatto negativo sulla crescita nel lungo periodo. Le conseguenze del riscaldamento globale, tra cui la crescente gravità e il numero di catastrofi naturali e la diffusa perdita di biodiversità, distruggeranno infatti numerosi sistemi economici e sociali oggi esistenti.

Il ruolo delle grandi banche è importante per accompagnare le aziende verso la transizione energetica. Ma anche la posizione dei maggiori investitori istituzionali ha un peso decisivo. Ritiene che, dopo la svolta green annunciata da BlackRock a inizio 2020, i temi del climate change siano entrati davvero anche nell’agenda dei grandi fondi d’investimento?
Le questioni relative ai cambiamenti climatici stanno diventando sempre più prioritarie all’interno delle agende dei grandi fondi di investimento. Questa tendenza era ben avviata già prima dell'annuncio della strategia verde da parte di BlackRock. L’attenzione di BlackRock al tema è sicuramente positiva, ci piace però riconoscere anche il ruolo primario di altri gestori patrimoniali che, attraverso investimenti sostenibili, hanno generato positivi sviluppi nell’affrontare i cambiamenti climatici.

A quali iniziative si riferisce?
La Generation Investment Management, ad esempio, con sede nel Regno Unito, è stata pioniera negli investimenti sostenibili sin dalla sua fondazione, nel 2004. Numerosi fondi pensione e sovrani - come Norges Bank Investment Management - hanno fissato degli standard sulla divulgazione climatica e ne hanno identificato i rischi. Alleanze e iniziative tra asset manager, quali Net Zero Asset Owners Alliance - che attualmente comprende 27 investitori istituzionali, che rappresentano quasi 5 trilioni di dollari di risorse gestite - o l’iniziativa per gli investitori Climate Action 100+, stanno coinvolgendo le aziende nella riduzione delle emissioni, nel miglioramento della governance e nella comunicazione di informazioni finanziare correlate al clima.

L’Europa è più avanti degli Usa nella conversione verso una green economy? E che valutazione fa del pacchetto di investimenti Recovery Plan-Next Generation Ue appena approvato dall'Europa?
Riteniamo che l’Europa sia sostanzialmente in una fase più avanzata rispetto agli Stati Uniti sulle iniziative volte ad affrontare il cambiamento climatico e a creare una maggiore sostenibilità. La collaborazione che si è creata tra Ue e governi nazionali, insieme al settore pubblico e privato per le iniziative a sostegno del clima, ha sicuramente contribuito a tale risultato. Il pacchetto di investimenti Next Generation Ee agirà da facilitatore verso un’economia più resiliente e a basse emissioni di carbonio.

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