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Europa alle urne, alleanze cercasi contro l’avanzata del populismo

di Attilio Geroni


(EPA)

4' di lettura

La più grande sorpresa di queste elezioni europee forse c’è già stata ed è la partecipazione dei cittadini del Regno Unito al voto. Una legge del contrappasso dovuta alla disastrosa gestione di Brexit da parte della finalmente dimissionaria premier Theresa May e allo stato confusionale e di sbandamento di un’intera classe dirigente politica.

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Perché Brexit, assieme alla grande crisi migratoria e all’elezione di Donald Trump, è stata uno dei tre eventi sistemici che hanno completamente riconfigurato la posta in gioco del voto odierno. Sono cambiate per l’Europa le coordinate geopolitiche, sono venute a galla nuove debolezze e vecchie asimmetrie (non ultima quella di uno spazio unico a libera circolazione senza però adeguato controllo e protezione delle frontiere esterne) e si è raggiunta presto la consapevolezza che Oltreatlantico non ci sarebbe stato l’alleato di sempre, ma un avversario. Per giunta imprevedibile.

L’onda d’urto dei nazional-sovranisti ed euroscettici - che di questi eventi e del loro rapporto di causa-effetto si sono abbondantemente nutriti - non dovrebbe avere una forza tale da ribaltare gli equilibri attuali dell’Europarlamento. Certo saranno equilibri ed assetti più difficili da trovare in presenza di un atteso calo dei Popolari e dei Socialisti.

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Non basterà quasi certamente un’altra Grande Coalizione come quella attuale e forse nemmeno un accordo a tre che comprenda i Liberali: la cordata europeista dovrà reclutare Verdi e la galassia delle Sinistre per ottenere una maggioranza solida affinché l’attesa e cospicua minoranza populista (si calcola un terzo delle preferenze) non diventi una forza d’interdizione capace di portare alla paralisi istituzionale. In altre parole, l’europeismo tradizionale e solidale di leader come Emmanuel Macron e Pedro Sanchez dovrà saldarsi con l’ortodossia di bilancio e l’intransigenza liberista dei Paesi del Nord e della Nuova Lega Anseatica guidata dal premier olandese Mark Rutte, ma anche trovare alleati in partiti ambientalisti che non hanno gradito gli accordi commerciali firmati di recente dell’Unione. Il tutto, infine, andrà integrato alle contraddizioni crescenti del gruppo politico tradizionalmente più forte, quello dei Popolari, che ha lasciato irrisolto il destino dell’ungherese Viktor Orban all’interno della grande famiglia democristiana europea.

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Ma nel voto europeo, si sa, le parti possono essere più importanti della loro somma, e mai come in questo voto le dinamiche nazionali determineranno la futura politica di integrazione europea, semmai se ne formulerà una nuova nei prossimi cinque anni. Ci sono cariche importanti da decidere, dal presidente della Commissione a quello del Consiglio Ue allo stesso presidente dell’Europarlamento. E una coincidenza che complica ancor più lo scenario, come la fine del mandato di Mario Draghi alla Bce il 31 ottobre.

Molto dipenderà da come usciranno i leader dei più grandi Paesi. Scontato l’esito per l’Italia, con la Lega di Matteo Salvini preannunciata quasi in trionfo, l’incertezza è altissima in Francia (una dote di 74 europarlamentari), mentre un eventuale crollo dei socialdemocratici in Germania (92 europarlamentari) metterebbe ancora di più in forse l’esistenza della traballante Grande Coalizione di Governo con Cdu/Csu.

Le ripercussioni sarebbero pesanti e l’accelerazione dell'uscita di scena di Angela Merkel, già silenziosa, avverrebbe in un pauroso vuoto di leadership che alla Germania non fa mai bene. La speranza è in una tenuta dei cristiano-democratici e dei cristiano-sociali e in un buon risultato dei Verdi, che potrebbe riportare il partito ambientalista, in un modo o nell’altro, a governare a livello federale dopo i ripetuti e ottimi esempi di amministrazione su scala locale e regionale.

La sfida più importante però è in Francia, dove Macron è impegnato in una replica del duello presidenziale del 2017 contro Marine Le Pen. Non è chiaro se la creatura politica del capo di Stato francese, La République en Marche, riuscirà ad essere il primo partito superando la lista della destra nazionalista, capeggiata dal dinamico 23enne Jason Bardella. Se così non fosse la sua autorità, già provata da mesi di proteste dei Gilet Gialli, sarebbe ulteriormente indebolita e così la sua capacità di incidere sul fronte delle riforme europee, dal completamento dell’Unione bancaria alla creazione di un primo bilancio dell’Eurozona.

Dominique Moisi, senior advisor dell’Istituto francese di relazioni internazionali (Ifri), sottolinea che «in molti casi le elezioni europee, e certamente ciò è valido per la Francia, diventano un voto di mid-term per la leadership in carica». Non ci saranno però rivoluzioni. L’allora Front National fu già alle europee del 2014 il primo partito del Paese. La strada di Macron, di cui tutti tendono a dimenticare le importanti riforme fin qui avviate e i primi effetti positivi già avvertiti sul fronte economico, sarà ancora di più in salita.

Come la Lega, anche la lista di Marine Le Pen sembra aver abbandonato qualsiasi velleità anti-euro. Il tentativo populista, allora, in Francia come in altri Paesi europei, è quello di depotenziare le attuali istituzioni introducendo non meglio specificate preferenze nazionali in materia di controllo delle frontiere o indebolendo istituzioni come la Corte di Giustizia europea. Oppure ancora allentando i vincoli di bilancio che sono alla base dell’Unione monetaria. La maggioranza al Governo in Polonia (51 europarlamentari) rappresentata dal partito Legge e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski, la pensa allo stesso modo, ma negli ultimi mesi ha visto crescere una forte opposizione nel Paese alla sua visione ultraconservatrice e reazionaria che l’ha messa in rotta di collisione con Bruxelles per ripetute violazioni dello Stato di diritto.

Una vittoria del fronte europeista a Varsavia, soprattutto in vista delle politiche d’autunno, non è impossibile. Assieme alla tenuta di Macron e a un risultato senza traumi e sorprese in Germania aiuterebbe a gestire meglio l’attesa avanzata populista e il futuro di un’Europa nella quale la paura è diventato il sentimento prevalente.

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