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Il partito di Viktor Orbán lascia il gruppo Ppe all’Europarlamento. Weber: non accettiamo lezioni

La decisione, nell’aria da mesi dopo i ripetuti conflitti dal premier ungherese e gli altri membri della principale famiglia politica europea, è stata annunciata con una lettera

di Alberto Magnani

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Il premier ungherese Viktor Orban (Afp)

4' di lettura

Alla fine, il divorzio è arrivato. Fidesz, la forza nazionalista del premier ungherese Viktor Orbán, ha deciso di uscire dalle fila del Partito popolare europeo, la più grande famiglia politica del Parlamento Ue. La decisione è stata ufficializzata nella mattina del 3 marzo, dopo che il gruppo del Ppe all’Eurocamera ha approvato ad ampia maggioranza una revisione del regolamento che semplifica le procedure di espulsione e sospensione, permettendo fra l’altro di estromettere interi gruppi e non più solo singoli deputati.

Il premier ungherese aveva già messo in chiaro che avrebbe rotto con il Ppe in caso di via libera alla riforma, dichiarando che le regole sembravano «fatte su misura» per sanzionare Fidesz. Con lo strappo della delegazione ungherese, il Ppe perde 12 deputati e vede scendere da 187 a 175 i suoi seggi all’Eurocamera.

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Orbán ha formalizzato l’addio in una lettera inviata al presidente del gruppo del Ppe al Parlamento Ue, il bavarese Manfred Weber. Gli emendamenti alle regole del Ppe sono «chiaramente ostili» a Fidesz, si legga nella lettera, e costringono il partito a «lasciare immediatamente» i popolari. «Mentre centinaia di migliaia di europei sono ricoverati in ospedale e i nostri dottori salvano vite - scrive Orbán - è estremamente deludente vedere che il gruppo Ppe è paralizzato dalle sue questioni amministrative interne e sta provando a mettere a tacere e disattivare i nostri deputati democraticamente eletti»,

Un concetto ribadito, con parole simili, da una ulteriore missiva inviata dalla delegazione di Fidesz all’Eurocamera. «Troviamo molto inopportuno e politicamente inaccettabile - scrivono nella nota Kinga Gál e Tamás Deutsch, rispettivamente presidente e capo della delegazione - che il gruppo Ppe si impegni in una precipitosa manovra amministrativa attraverso discutibili regole di sospensione per impedire ai membri di esercitare i loro diritti come deputati». Il partito è ora sottoposto alla procedura di espulsione del Ppe, anche se la parola finale spetterà all’assemblea dei Popolari.

La relazione tormentata fra il Ppe e Orbán

Lo strappo fra Orbán e il Ppe è l’epilogo di una relazione a dir poco tumultuosa. Fidesz era entrata nel gruppo del Ppe oltre due decenni fa, nel 2000, abbandonando l’internazionale liberale in favore della principale forza di centrodestra nel parlamento di Bruxelles. Con gli anni, però, la sterzata sempre più conservatrice (ed euroscettica) del partito nato con intonazioni movimentiste e liberali ha iniziato a incrinare i rapporti con la leadership del Ppe.

Una frattura che è andata di pari passo con lo scontro che si è acuito negli anni fra i vertici Ue e lo stesso premier ungherese e presidente del partito, Orbán. Nella scorsa legislatura Budapest è finita a ripetizione nel mirino di Bruxelles per pratiche ritenute lesive dello stato di diritto e dei valori fondanti della Ue, dalle leggi sui migranti alle ingerenze sui media. Nel 2018 il Parlamento europeo aveva votato a favore dell’attivazione dell’articolo 7, una procedura per sanzionare la violazione dei valori fondanti della Ue, raccogliendo anche il sì compatto dello stesso Ppe.

L’espulsione di Fidesz dal Ppe è rimasta per anni nell’aria, fra il pressing delle altre forze di maggioranza all’Eurocamera e la riluttanza di parte della stessa famiglia dei Popolari. Uno dei diversi momenti critici si è raggiunto nel 2019, quando alcuni partiti popolari del Nord Europa hanno chiesto una sanzione esemplare per Fidesz dopo che il governo ungherese ha lanciato una campagna per denunciare i «piani di immigrazione di massa» che sarebbero stati orditi da Bruxelles. La soluzione era stata una sospensione temporanea del gruppo, concordata fra Orbán e i vertici Ppe per limitare i danni in vista del voto dell’Europee nel maggio di quell’anno.

Alcune sigle interne al Ppe, inclusa Forza Italia, avevano sempre osteggiato l’ipotesi di estromettere il partito ungherese, appellandosi all’unità della formazione di maggioranza al Parlamento. Lo stesso capogruppo Manfred Weber aveva cercato di smorzare fino all’ultimo i toni dello scontro, nel timore che la fuoriuscita di Fidesz potesse spianare la strada alla nascita di una coalizione trasversale fra i partiti provenienti dall’Est Europa.

Un’inerzia rinfacciata ora anche dai Socialisti&Democratici, alleati del Ppe nella cosiddetta «maggioranza Ursula» che assembla centrosinistra, centrodestra e liberali in chiave anti-sovranista. «Alla fine Orbán dice ai suoi eurodeputati di lasciare il gruppo del Ppe. Che vergogna prendere l'iniziativa prima di essere espulso - ha scritto su Twitter la capogruppo dei socialisti Iratxe Garcia Perez. «Non agendo per anni, il Ppe gli ha permesso di assumere il controllo dei media in Ungheria, violare i diritti fondamentali, minare la democrazia e vessare la società civile».

Weber: il Ppe è unito, dispiace per Fidesz ma non accettiamo lezioni

In un briefing con la stampa il capogruppo del Ppe, Manfred Weber ha cercato di mostrarsi sereno sulla rottura e si è detto «dispiaciuto» per lo strappo dei 12 deputati di Fidesz. Ma non ha rinunciato a una stoccata diretta ad Orbán, commentando la lettera ricevuta in mattinata dal premier magiaro. «Il dibattito (sul cambiamento delle regole, ndr) non era sulla sostanza politica. Ma non accettiamo lezioni » ha detto, aggiungendo che «Fidesz non è più coerente con i valori dell’Europa e del Partito europeo». Le modifiche al regolamento «non erano politiche, ma lo sono diventate dopo la lettera di Orbán di domenica» ha aggiunto il vicepresidente del Ppe Esteban Gonzaléz Pons. A quanto si apprende i vertici del Ppe non sembrano preoccupati dall’impatto dell’uscita di Fidesz, anche se il drappello di 12 deputati potrebbe far gola a forze più a destra come i Conservatori e riformisti e Identità&Democrazia, oltre ad assottigliare il margine di maggioranza relativa del Ppe nel Parlamento Ue.


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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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