Rincari

Eurozona, il caro energia spinge l’inflazione al 7,5%

Era del 5,9% a febbraio. Mese su mese, il rialzo è stato di ben il 2,5%

di Riccardo Sorrentino

“Per contrastare l’inflazione puntare sul valore”

3' di lettura

Un balzo repentino. Legato ai costi dell’energia, ma non solo. L’inflazione di Eurolandia è salita a marzo al 7,5%, dal già elevato 5,9% di febbraio. L’inflazione mensile è stata del 2,5%, un rialzo decisamente inconsueto.

Il forte incremento è quasi tutto legato all’energia, che ha registrato un rincaro del 44,7%, dal 32% di febbraio. L’aumento mensile è stato del 12,5%. Tutte le componenti hanno registrato però accelerazioni dei prezzi e i tassi di crescita sono tutti al di sopra dell’obiettivo Bce. I prezzi dei beni industriali (energia esclusa) sono aumentati del 3,4%, dal 3,1% di febbraio (+2,5% su base mensile); quelli dei servizi sono saliti del 2,7% dal 2,5% di febbraio (+0,4% su base mensile).

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INFLAZIONE NELL’AREA EURO
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Gli alimentari non lavorati - un’altra voce direttamente condizionata dalla guerra - sono più cari del 7,8% rispetto a un anno fa, contro il 6,2% registrato a fine febbraio. L’incremento mensile è stato dell’1,2 per cento. Tra gli indici di inflazione core, che cercano di catturare l’inflazione controllabile attraverso la politica monetaria escludendo i prezzi determinati sui mercati internazionali o amministrati, la misura utilizzata dalla Banca centrale europea per le sue proiezioni che, senza energia e alimentari non lavorati, è utile anche per catturare nei limiti del possibile gli effetti della guerra, segna un aumento del 3,2%, dal 2,9% di febbraio (+1,2% su base mensile).

Le aspettative future

Si avvicina quindi il momento in cui la Banca centrale europea dovrà cambiare orientamento. Attualmente ha prevalso l’idea - corretta - che un rialzo dei tassi avrebbe compresso una crescita già penalizzata dall’aumento di alcuni costi: l’energia, appunto, e gli alimentari non lavorati. Da qualche tempo, però, le aspettative di inflazione iniziano a puntare verso l’alto: qualche giorno fa gli inflation rate swaps 5y5y hanno toccato quota 2,2841, tornando ai livelli di dicembre 2013. Non segnalano ancora il rischio di un disancoraggio delle aspettative, ma la situazione sta rapidamente cambiando. «È chiaramente uno sviluppo molto importante per noi», ha detto ieri il capoeconomista della Banca centrale, Philip Lane, alla Cnbc.

I dati di venerdì - una rilevazione flash, accurata ma provvisoria e con pochi dettagli - non permettono di capire quali e soprattutto quanti settori risultano “surriscaldati“ in Eurolandia (nel senso che i prezzi superano l’obiettivo del 2%). Anche se la gestione delle aspettative è il cuore della politica monetaria, non si può parlare di vera inflazione - ma solo di una variazione dei prezzi relativi, per quanto dolorosa - fino a quando i rincari non siano generalizzati. Fino a fine 2021, il numero dei settori - e quindi il numero di beni - “caldi” è aumentato costantemente. A gennaio si è assistito a un parziale raffreddamento, tutto legato però ai settori che usualmente propongono saldi, ma a febbraio la situazione appariva di nuovo piuttosto rovente. Anche perché nel complesso di Eurolandia - ma non in Italia, per esempio, dove la situazione è più complessa - sono i prezzi amministrati a frenare, nei limiti del possibile, l’inflazione. «Tutti i diversi settori dietro il numero complessivo stanno registrando un aumento dei prezzi», ha aggiunto Lane.

Che farà la Bce?

Sembra quindi ormai impossibile continuare a parlare di un aumento di prezzi relativi. I rincari sono sufficientemente generalizzati e la minaccia delle aspettative potrebbe spingere la Banca centrale europea a intervenire e a ignorare il fatto che l’origine dell’aumento dei prezzi è la guerra, non certo un aumento della domanda.

«Ciò che dobbiamo fare come Bce - ha infatti detto Lane - è analizzare le conseguenze di questi numeri di inflazione molto elevati: con questi numeri ci sarà più spinta sull’inflazione attraverso gli effetti di secondo impatto ma dobbiamo anche considerare le implicazioni per la capacità di offerta dell’economia europea».

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