prezzi e consumi

Eurozona, l’inflazione sale all’1,1%

di LucaVeronese

3' di lettura

L’inflazione nell’Eurozona è salita in dicembre come non accadeva dal 2013. I prezzi al consumo sono cresciuti oltre ogni previsione, dell’1,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dopo che in novembre l’incremento era stato dello 0,6 per cento. I dati preliminari diffusi ieri da Eurostat sono destinati ad alimentare il dibattito sulla durata e sull’entità degli stimoli all’economia introdotti dalla Bce di Mario Draghi. Ma se analizzati accuratamente evidenziano una variazione minima dell’inflazione core e mostrano come il balzo di dicembre sia una diretta e inevitabile conseguenza dell’aumento del prezzo del petrolio. Nell’ultimo mese del 2016, i prezzi dell’energia sono infatti cresciuti su base annua del 2,5% dopo essere scesi dell’1,1% a novembre; i servizi sono saliti dell’1,2% in progressione rispetto all’1,1 per cento; i beni alimentari dell’1,2% dopo lo 0,7%; e i beni industriali non energetici hanno avuto un incremento dello 0,3% uguale a quello di novembre.

EUROZONA, L’INFLAZIONE E I RIALZI NELL’ENERGIA

EUROZONA, L’INFLAZIONE E I RIALZI NELL’ENERGIA

Nonostante il salto di dicembre dell’inflazione della zona euro sia stato marcato e inatteso, i mercati e i rendimenti dei titoli pubblici non sembrano aver subito pressioni. Forse perché l’inflazione core - che esclude le componenti più volatili come appunto l’energia e l’alimentare - è rimasta quasi stabile salendo allo 0,9% dallo 0,8% di novembre. «Il mercato, così come la Bce, sta cercando di capire se l’inflazione è determinata dai prezzi delle commodity o se è il riflesso di un risveglio dell’attività economica», spiega Antoine Bouvet, analista di Mizuho. «E solo se si tratta di una vera ripresa dell’economia - aggiunge Bouvet - potremo vedere una significativa crescita nei rendimenti».

Loading...

In questa fase tuttavia, la componente legata all’energia e la sua variazione sembrano dominanti. I prezzi del petrolio sono saliti costantemente nel corso dell’ultimo anno: il Brent ha raggiunto ieri mattina i 55,57 dollari per barile contro i 37,18 dollari registrati dodici mesi prima.

«Ci sono diversi falchi nel consiglio della Bce che sono pronti a utilizzare questi dati per affermare che la Bce non deve continuare nella sua politica di sostegno all’economia, o che in ogni caso non è più il caso di mantenere acquisti di titoli così ingenti», spiega Jennifer McKeown di Capital Economics. «Ma penso - dice ancora McKeown - che il consensus sceglierà di guardare attraverso questi incrementi dei prezzi che sono in larghissima parte dovuti ai rialzi della componente energetica».

Le stime flash diffuse ieri da Eurostat sono la sintesi dei dati registrati nei diversi Paesi membri e dovranno essere poi confermate dai dati completi annunciati per il prossimo 18 gennaio. In Germania il tasso di inflazione è balzato inaspettatamente all’1,7% in dicembre mettendo a segno il maggiore incremento da quando i dati armonizzati dell’Unione eruropea sono stati pubblicati per la prima volta nel 1997. La Spagna ha registrato un incremento dei prezzi dell’1,4%, mentre anche Italia e Francia hanno fatto segnare un aumento dei prezzi per il secondo mese consecutivo, sebbene a ritmi più lenti.

Gli occhi sono dunque puntati sulle prossime decisioni della Bce sul Quantitative easing. «Ci sarà certamente una riunione molto interessante della Bce nel primo trimestre dell’anno e quando la stessa Banca centrale europea presenterà le prime proiezioni di marzo, perché allora avremo i dati di inflazione di gennaio e febbraio che saranno molto probabilmente superiori a quelli attuali. La Bce comunque ha già preso atto della nuova situazione e concentrerà la sua attenzione sull’inflazione core», dice Claus Vistesen, di Pantheon Macroeconomics.

I dati preliminari sull’inflazione sono stati diffusi ieri nello stesso momento in cui Markit comunicava per l’Eurozona un Pmi composito ai massimi da oltre cinque anni. L’economia della zona euro ha mostrato alla fine del 2016 - secondo le indicazioni del Purchasing manager’s index - la fase di maggiore slancio dal 2011: il Pmi composito è salito a 54,4 punti dai 53,9 di novembre. A trainare la crescita del settore manifatturiero e dei servizi è stato soprattutto l’euro debole. «I dati finali del Pmi registrano una crescita più forte per fine anno ma ora resta da vedere se tutto ciò può dare slancio a una ripresa più solida nel 2017», commenta il capo economista di Markit, Chris Williamson, avvertendo che «molto dipenderà dagli eventi politici attesi nel corso di quest’anno».

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti