Londra

Evaristo divide il Booker Prize con Atwood. È la prima nera

Premio ex-equo assegnato a un romanzo fantascientifico e ad una narrazione sperimentale: vuole riconoscere la bellezza e la ricchezza dell'essere inclusivi. Una sfida importante per il nostro presente.

di Teresa Franco


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Margaret Atwood (a sinistra) e Bernardine Evaristo durante la cerimonia del Man Booker Prize (Reuters)

3' di lettura


È stato assegnato martedì a Londra il prestigioso Man Booker Prize. A vincerlo sono due donne: la canadese Margaret Atwood per The Testament, sequel dell'acclamato The Handmaid's Tale, e l'afro-britannica Bernardine Evaristo con il suo romanzo corale Girl, Woman, Other. Molti pensavano che il verdetto fosse già stabilito, e in certo senso anche una sorta di risarcimento dovuto alla Atwood che, candidata nel 1986 per quello che sarebbe diventato un bestseller internazionale, arrivò soltanto alla shortlist. La decisione della giuria è stata invece difficile non per contrasti interni, ma per il tenace braccio di ferro con la Fondazione, decisa a far rispettare le regole: da anni, infatti, il protocollo vieta l'assegnazione degli ex-equo.

Negli annales dell'evento letterario si contano solo due eccezioni prima di questa, nel 1974 e nel 1992. Da allora le regole sono state cambiate per dare pieno risalto ad un solo autore. In questo caso però la giuria è riuscita a spuntarla, un autentico gesto di ribellione, e le vincitrici hanno festeggiato sfilando verso il podio a braccetto, dopo essersi scambiate segni di evidente ammirazione reciproca.

Atwood si è dimostrata all’altezza dell’autoritratto – parliamo del suo io reale, distinto dall’io che scrive – quando nel saggio On writers and writings del 2002 si era definita, tra le altre cose, una persona «carina e accogliente, forse un po' distratta». Nel suo discorso di ringraziamento, la settantanovenne canadese, la più anziana nella storia del premio, si è schermita dicendo che «sarebbe stato imbarazzante» ricevere quest'onore da sola. La sua generosità è stata apprezzata da Evaristo che si è detta, a sua volta, felice accanto a una scrittrice «leggendaria». Entrambe condividono l’impegno per la difesa delle minoranze. E la fermezza della giuria, per la prima volta composta da una maggioranza di donne, potrebbe avere il significato simbolico di riconoscerne la militanza politica.

The Handmaid’s Tale, trasformato in una serie televisiva, ha ispirato milioni di donne a lottare contro violenza e sopraffazione, così pure a respingere l’onda antiabortista che si è respirata in America e in Italia. Il romanzo distopico ambientato a Gilead, in un regime totalitario e patriarcale, è diventato ben presto sinonimo di resistenza e le “ancelle” si sono moltiplicate raggiungendo ogni luogo reale che avesse bisogno di sentire la loro protesta o solidarietà.

Con l’inequivocabile cuffia bianca e il mantello, alcune donne hanno salutato Margaret Atwood alla fine del suo incontro al festival di Mantova lo scorso settembre quando, nonostante il riserbo imposto su The Testament, la scrittrice è riuscita a incantare il pubblico con la sua ironia e tenacia: «uno scrittore», ha detto, per riuscire a mettersi a scrivere deve essere «la persona più speranzosa del mondo». Sarà per questa fede innata nel cambiamento, se 33 anni dopo la sua prima invenzione, Atwood ha ripreso il racconto della sua protagonista, Offred, ampliando il punto di vista con tre narratrici, la zia Lydia e due ragazze adolescenti.

Molteplicità e inclusione sono parole chiave anche per Bernardine Evaristo, per la quale scrivere significa soprattutto allargare i confini della letteratura “nazionale”, dando diritto di cittadinanza a scrittori neri (un’esigenza che è testimoniata dalla presenza di un altro finalista, Chigozie Obioma, anche lui inglese-nigeriano, autore di An Orchestra of Minorities). Evaristo, 60 anni, è la prima donna afro-britannica a ricevere il premio e «spera», ha dichiarato, «di non detenere al lungo questo record». Ha alle spalle una carriera nel teatro, nel 1982 ha fondato la prima compagnia britannica nera, e ben 8 romanzi. Il debutto è avvenuto nel 1997 con un romanzo in versi, Lara, un viaggio alla ricerca delle radici nel passato diasporico di una famiglia, attraverso culture e paesi diversi: Inghilterra, Nigeria, Brasile e Irlanda.

Girl, Woman, Other, fin dal titolo, vuole celebrare le identità plurime, culturali, etniche e sessuali, dando voce a 12 personaggi, le cui storie si intrecciano in un arco temporale che va dall’inizio del Novecento ai nostri giorni. Al centro dell'indagine prevalgono, come per Atwood, le relazioni tra donne e, in particolare, tra figlia e madre. Una scrittura che è stata definita ingegnosa e anticonvenzionale, capace di far emergere insieme a ritmo lirico anche contenuti nuovi.

Un premio ex-equo, assegnato a un romanzo fantascientifico e ad una narrazione sperimentale, vuole riconoscere la bellezza e la ricchezza dell’essere inclusivi. Una sfida importante per il nostro presente.
Teresa Franco
@teref18

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