MA I PAESI PIù PICCOLI CHIEDONO MENO REGOLE E PIù CERTEZZE

Evasione fiscale, per Moscovici la Ue «deve terminare il lavoro»

dal nostro inviato Beda Romano

(EPA)

3' di lettura

LA VALLETTA – L’Unione ha fatto troppo e troppo presto per lottare contro l’evasione fiscale? Molti governi sono convinti di no. Alcuni piccoli Paesi sono invece dell’idea che sia necessario rallentare il passo. Tra questi, Malta, il paese che detiene la presidenza di turno dell’Unione, ha presentato una breve relazione in cui sostiene che le tante misure adottate finora avrebbero l’effetto di creare paradossalmente incertezza giuridica, utilizzabile per dannosi arbitraggi tra giurisdizioni fiscali. Riuniti oggi a La Valletta, i ministri delle Finanze dell’Unione hanno discusso della lotta contro l’evasione fiscale, facendo il punto della situazione dopo l’adozione in questi ultimi anni di una serie di misure restrittive. In una relazione, Malta ha sottolineato l’importanza di un assetto regolamentare che sia «comprensibile» ed «efficace». Ha poi aggiunto: l’incertezza fiscale «si traduce in rischi e comporta l’effetto di aumentare il costo del capitale».

Parlando ai ministri, secondo un documento circolato a margine della riunione, il commissario agli Affari monetari Pierre Moscovici ha ribadito che i governi non devono abbandonare la lotta contro l’evasione fiscale: «Dobbiamo terminare quanto abbiamo iniziato», ha detto l’uomo politico. Il ritmo delle riforme deve rimanere «veloce». Ha esortato i Ventotto ad approvare «con ambizione e determinazione» la proposta di base imponibile unica per le imprese.

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In questi anni, i Ventotto hanno approvato varie riforme fiscali. Tra queste nuovi obblighi di informazione tra le giurisdizioni nazionali sulla scia dello scandalo che hanno colpito il Lussemburgo, l’Irlanda e l’Olanda, accusate di avere concesso alle imprese multinazionali generosi accordi fiscali, ai danni degli altri paesi dell’Unione. Alla società Apple è stato chiesto di restituire allo Stato irlandese 13 miliardi di tasse non versate, e considerate un illegittimo aiuto di stato.

La presa di posizione del commissario Moscovici è giunta in un momento in cui i piccoli Paesi, che del fisco hanno fatto un pilastro di politica economica, rumoreggiano. Il ministro delle Finanze belga Johan Van Overtveldt ha detto che il ritmo delle riforme non dovrebbe essere «troppo veloce». Pierre Gramegna, il ministro delle Finanze lussemburghese, ha chiesto ancora una volta «regole fiscali omogenee a livello internazionale».
«Le società hanno bisogno di certezza sul futuro», ha aggiunto il ministro delle Finanze maltese Edward Scicluna. Esponenti comunitari hanno respinto l’idea che sia in ballo un cambio di paradigma nel quale la certezza fiscale prende il sopravvento rispetto alla lotta contro l’evasione. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha spiegato che vi è il timore di assistere ad arbitraggi tra le giurisdizioni da parte delle imprese che approfittano della diversa applicazione delle misure decise da Paese a Paese.
«La certezza fiscale non come freno alla lotta contro l’evasione, ma come strumento per rafforzare l’efficacia della cooperazione internazionale», ha detto l’economista italiano, anch’egli qui a La Valletta. Il dibattito giunge mentre i Paesi membri stanno discutendo una proposta comunitaria che regola la risoluzione di controversie fiscali tra i Paesi. Da Malta, il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha esortato i governi a trovare un accordo entro giugno.

È chiaro che la recente regolamentazione delle regole fiscali a livello europeo e internazionale sta mettendo in difficoltà i Paesi più piccoli dell’Unione. In fondo, dietro alle loro preoccupazioni, si nasconde l’annosa questione dell’armonizzazione fiscale: voluta da alcuni e contrastata da altri. C’è di più. I piccoli Paesi sono anche preoccupati dalla decisione di Londra di uscire dall’Unione: fa temere loro che il Regno Unito possa diventare un aggressivo concorrente fiscale al largo del continente.

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