la manovrina

Evasione Iva, stretta anche sui professionisti

di Gianni Trovati

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3' di lettura

Anche i professionisti dovranno fare i conti con le fatture al netto dell’Iva quando lavoreranno con la Pubblica amministrazione, con le società pubbliche e con le quotate. Questa, almeno, è l’indicazione delle regole a cui hanno lavorato al ministero dell’Economia per la manovra correttiva da 3,4 miliardi. Manovra, va detto, approvata dal consiglio dei ministri martedì sera, ma con una formula «salvo intese» che lascia aperte ulteriori limature e correzioni tecniche: anche ieri, a Palazzo Chigi il titolare dell’Economia Pier Carlo Padoan e la sottosegretaria alla Presidenza Maria Elena Boschi hanno tenuto una riunione con i tecnici per definire il testo.

Ma partiamo dall’inizio. Protagonista del capitolo fiscale della manovrina, soprattutto dopo il tramonto dell’ipotesi di intervenire sulle accise dei carburanti, è lo «split payment», cioè la scissione contabile che dal 2015 ha imposto alla Pubblica amministrazione di pagare ai fornitori l’importo dovuto al netto dell’Iva, girata direttamente all’Erario per evitare il rischio evasione. Finora una norma, scritta all’articolo 17-ter, comma 2 del decreto Iva (è il Dpr 673/1972, ma l’articolo 17-ter è stato introdotto dalla manovra 2015), escludeva dalla scissione contabile i «compensi per prestazioni di servizi assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito»: in altre parole, le parcelle dei professionisti.

Anche loro, però, vengono ora imbarcati nella lotta all’evasione Iva, almeno se gli schemi esaminati in consiglio dei ministri saranno confermati nel testo definitivo del decreto attesa dal Parlamento. In pratica, il commercialista che si occupa della revisione dei conti in un ente pubblico oppure l’avvocato che fornisce consulenza legale, così come l’ingegnere che firma un progetto saranno pagati al netto dell’Iva. La prospettiva non piace ai diretti interessati, come spiega il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili Massimo Miani: «I professionisti sono stati esclusi dallo split essendo già soggetti a ritenuta all’atto dell’incasso delle fatture - spiega - e non c’è ragione per non confermare questa esclusione».

Naturalmente tutto questo succederà una volta pubblicato ed entrato in vigore il decreto, che però attua anche una seconda mossa allargando di parecchio l’ambito di applicazione di questa scissione contabile. I professionisti, così come tutti gli altri fornitori di beni e servizi, vedranno tolta l’Iva dalle loro fatture non solo quando lavorano con gli enti pubblici, ma anche con tutti gli altri soggetti che saranno coinvolti in questo «split payment 2.0». Il meccanismo, prima di tutto, sarà esteso a tutte le società controllate dalle Pa, centrali o locali, in via diretta o indiretta. Si tratta di un panorama che include svariate migliaia di soggetti, ma non abbraccia tutto l’universo delle società partecipate perché, salvo eccezioni, quando la maggioranza del capitale sociale è in mano ai privati in genere lo split payment non scatterebbe. A definire il perimetro delle società controllate aiuta infatti il Codice civile, che all’articolo 2359 che fissa come primo parametro per individuare una situazione di controllo quella in cui «le società in cui un’altra società dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria».

Attenzione, però, perché nelle regole elaborate dal dipartimento Finanze lo split payment nuovo modello si allarga oltre i confini del pubblico, per abbracciare le società quotate in Borsa: l’ultima ipotesi, a quanto si apprende, sarebbe limitata all’indice Ftse Mib, cioè quello che comprende le 40 società più grandi di Piazza Affari, ma con la possibilità che un decreto dell’Economia individui un indice alternativo. Anche in questo caso, lo split payment previsto per la società “madre” si estenderebbe anche ai rapporti commerciali con le aziende controllate.

L’allargamento dello split payment, come è evidente, risponde a un obiettivo duplice: attuare la correzione dei conti senza aprire un capitolo corposo di «nuove tasse», politicamente delicato, e spingere sulla lotta all’evasione utilizzando uno strumento che ha dato buona prova di sé visto con gli occhi dei conti pubblici: prova tradotta nelle cifre indicate la scorsa settimana alla commissione Finanze della Camera dalla direttrice dell’agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, secondo cui lo split payment (naturalmente nella versione originaria) ha permesso di ridurre l’evasione Iva di 2,5 miliardi nel 2015, e di un miliardo ulteriore nel 2016. Dal nuovo sistema, secondo le stime circolate in questi giorni, dovrebbero arrivare 1,2-1,3 miliardi quest’anno, e qualcosa di più dal prossimo quando sarà applicato a tutti i 12 mesi. Naturalmente per funzionare davvero le nuove regole dovranno colpire solo l’evasione effettiva, accompagnandosi con una messa a regime del sistema dei rimborsi mentre la manovrina prevede anche una nuova stretta sulle compensazioni.

Questo nuovo split, comunque, permetterebbe di ridurre ma non di cancellare l’aumento diretto di qualche tassa. In campo resta il mini-ritocco delle accise sui tabacchi (120-150 milioni) e un più sostanzioso pacchetto giochi: ipotesi, questa, che «rischia di far scomparire un intero settore» secondo Acadi e Sistema gioco Italia, le organizzazioni che rappresentano il comparto in Confindustria.

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