Inchiesta

Evasione, in manette il “re” degli hotel di Rimini. Nel 2016 vietò l’ingresso a una non vedente

Ad agosto 2016 rifiutò l’accesso in uno dei suoi hotel di Rimini a una turista pugliese non vedente con un cane guida. Una vicenda finita all’attenzione anche di<i> Striscia la notizia</i>, tanto che la Prefettura decise per una sanzione pecuniaria. Ora si scopre che Mauro D’Amico, re delle strutture ricettive di Rimini, aveva ideato una rete di società con lo scopo di evadere le tasse

di Ivan Cimmarusti


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3' di lettura

Ad agosto 2016 rifiutò l’accesso in uno dei suoi hotel di Rimini a una turista pugliese non vedente con un cane guida. Una vicenda finita all’attenzione anche di Striscia la notizia, tanto che la Prefettura decise per una sanzione pecuniaria. Ora si scopre che Mauro D’Amico, “re” delle strutture ricettive di Rimini, aveva ideato una rete di società con lo scopo di evadere le tasse. Un danno stimato in 14 milioni di euro, con frodi verso Equitalia Servizi di Riscossione spa, Agenzia dell’Entrate di Rimini, Inps di Rimini, Enel Energia spa, Hera spa.

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La Procura di Rimini lo ha mandato in carcere assieme al figlio Nicola, mentre in quattro sono finiti ai domiciliari. L’inchiesta del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria e del Gruppo di Rimini della Giuardia di finanza rientra nelle attività di contrasto all’evasione fiscale, sulla riga di quanto sostenuto dal governo Conte bis, che ha dichiarato guerra ai furbetti delle tasse.

I D’Amico sono tra i più influenti albergatori della riviera, tanto da aver creato ben 32 società attraverso cui gestivano gli hotel. Tra quelle sotto accertamento ci sono Blu srl, Hotel Elisir srl, Merkury srls, Conte srl, Mexico srl, Duca srl, Artide srl, Impero srl, 4 Assisi srl, Principe srl ed Edera srl. I numeri dell’inchiesta sono utili a delineare il quadro accusatorio: 12 società totalmente sconosciute al fisco, con maggiori ricavi accertati per 9 milioni 100mila euro; una base imponibile netta contestata di 7 milioni 400mila euro; Ires e Iva evasa per 2 milioni 750mila euro; ritenute non operate o versate per 8 milioni; contributi previdenziali evasi per 2 milioni 200mila euro; imposta di soggiorno non versata per 150mila euro. Poi ci sono le distrazioni fallimentari per 2 milioni 900mila euro e le somme riciclate pari a 3 milioni.

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Nell’inchiesta è finito anche un dipendente dell’Agenzia dell’entrate-Riscossione. Il sofisticato meccanismo di frode è stato possibile anche grazie alla consulenza e agli illeciti accessi alle banche dati di un pubblico dipendente in servizio all’Agenzia d di Rimini.

Nelle carte giudiziarie si legge che «della composizione dei debiti accumulati dalle società», si è scoperto che D’Amico e il figlio Nicola «onoravano esclusivamente i debiti verso i dipendenti ed i fornitori di “prossimità”, con i quali vi è un rapporto fiduciario “diretto” e personale (proprietari degli immobili, fornitori di alimenti e di forniture alberghiere, dipendenti), mentre risultavano accumulati ingenti debiti per imposte non pagate, ritenute fiscali e previdenziali operate e non versate, utenze (luce, gas e acqua), imposte e tasse comunali (Tari, imposta di soggiorno, pubblicità)».

Prima delle scadenze fiscali, la titolarità delle quote societarie e l’amministrazione delle società venivano cedute a cittadini extracomunitari e nullatenenti

Con tale sistema, quindi, anche per le stagioni successive i D’Amico potevano comunque continuare a lavorare, utilizzando nuove società, in quanto non avevano pendenze debitorie con i dipendenti e i fornitori di prossimità.

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Gli accertamenti della Guardia di finanza e dell’agenzia dell’Entrate «hanno consentito di individuare un articolato sistema di frode finalizzato alla sottrazione sistematica al pagamento delle imposte dovute dalle società riconducibili e Mauro D'Amico».

In particolare, «dopo la stagione estiva, o comunque prima delle previste scadenze fiscali annuali, la titolarità delle quote societarie e l’amministrazione delle società venivano artatamente cedute a soggetti terzi (cittadini extracomunitari e nullatenenti), così come le sedi legali delle stesse venivano artatamente trasferite all'estero, in Albania».

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All’atto della cessione e del successivo trasferimento all’estero, «le società non risultavano avere più attivi i contratti di locazione di azienda con i quali venivano gestiti gli alberghi (perché ceduti ad altre società riconducibili a Mauro D’Amico), erano prive di personale alle proprie dipendenze, non erano intestatari di beni mobili o immobili ed i relativi conti correnti venivano chiusi o, comunque, svuotati di tutta la liquidità; in sostanza venivano cedute e trasferite all'estero delle “scatole vuote”».

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