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Ex Alcoa e Eurallumina: così ritorna l’industria nel Sulcis

di Davide Madeddu


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(ANSA)

3' di lettura

Si riparte dall’alluminio. E dallo smelter ex Alcoa di Portovesme che da ieri mattina è di proprietà della svizzera Sider Alloys. La doppia firma al Mise (da Alcoa a Invitalia con l’ad Domenico Arcuri e quindi alla Sider Alloys con l’amministratore delegato Giuseppe Mannina) certifica la fine di un periodo caratterizzato da contrapposizioni, proteste e paure e l’inizio di un nuovo corso in cui l’industria e la produzione manifatturiera hanno di nuovo un peso. Perché, come commenta il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda al Mise durante la firma dell’atto, «la vicenda Alcoa è simbolica, oltre che concreta, perché la sua crisi nasce dall’idea che determinate produzioni in Occidente – e in particolare in Italia – non si potessero più fare. Si tratta di una cosa che non condividiamo, visto che l’Italia è importatrice di alluminio e per noi è importante aver dato una prospettiva ad azienda e operai».

Prospettiva appunto che non esclude la vicina Eurallumina (la raffineria di bauxite che sotto il controllo della Rusal produce allumina), primo anello della filiera e con un iter per il riavvio ancora in corso. «Stiamo parallelamente lavorando per la chiusura rapida della vicenda di Eurallumina che – rimarca il ministro – speriamo di poter chiudere per la fine di febbraio, secondo noi è fattibile, perché l’obiettivo resta quello di rimettere il Sulcis in condizione di fare il ciclo completo dell’alluminio». A gestire la transizione industriale dello stabilimento che secondo il nuovo piano produrrà 150mila tonnellate di alluminio primario, ci sarà Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti. Agenzia che potrebbe giocare un ruolo più importante con una partecipazione azionaria del gruppo. «Il ministro ha chiesto un nostro ulteriore approfondimento per assicurare i lavoratori e non solo sulla tenuta prospettica dell’ investimento anche ricorrendo a nuove forme di intervento per la patrimonializzazione delle aziende in transizione – dice l’ad Domenico Arcuri – nelle prossime settimane lavoreremo affinché questo possa accadere».

In fase di valutazione anche l’ipotesi che una quota azionaria possa essere destinata ai lavoratori che «con tanta ostinazione hanno lottato per lo stabilimento». Il piano economico prevede investimenti per 135 milioni di euro cui aggiungere strumenti per la produzione di vergelle per un ammontare di dieci milioni circa. Il finanziamento a fondo perduto è di 8 milioni, mentre il finanziamento a tasso agevolato è di 84 milioni. Ai 20 milioni di dote che Alcoa pagherà per il riavvio va sommata la differenza che resta a carico di Sider Alloys. Il piano di interventi prevede l’impiego di 376 lavoratori diretti, 70 a contratto e altri 50 in caso di riavvio della “fabbrica degli snodi”. L’azienda porta a casa anche l’accordo bilaterale per la fornitura di energia (sarà siglato oggi con l’Enel e avrà una durata di dieci anni) per «acquistare energia a prezzi in linea con il mercato – precisano alla Sider Alloys – e rendere la fabbrica competitiva). «L’intero complesso dell’alluminio – spiega Salvatore Cherchi, coordinatore per l’attuazione del Piano Sulcis – vale, tra diretti e indotto, oltre duemila posti di lavoro. Sta qui l’importanza del risultato conseguito per il riavvio delle fabbriche». Dello stesso avviso anche il governatore della Sardegna Francesco Pigliaru che dando il «benvenuto» a Sider Alloys annuncia la convocazione di un incontro «in tempi brevissimi» perché c’è ancora tanto da fare. Nello stabilimento di Portovesme, infatti, i prossimi giorni dovranno rientrare i tecnici incaricati da Sider Alloys per predisporre il programma di interventi necessari per il riavvio. Opere la cui durata, come chiariscono i dirigenti dell’azienda svizzera, dovrebbero durare circa 18 mesi prima di un riavvio e della produzione dei primi pani di alluminio primario puntando a coprire il «15% del mercato nazionale e il 3% del mercato europeo».

Per Giuseppe Mannina, amministratore del gruppo (con sede a Lugano) che dal 2010 opera nella distribuzione di ferroleghe per il settore metallurgico in oltre 30 paesi e ha chiuso il 2017 con ricavi aggregati per oltre 600 milioni di euro si tratta di un passo importante. «L’operazione Portovesme – dice – nasce con l’obiettivo di allargare l’attività alla produzione di alluminio, insediandoci in un mercato molto rilevante per l’utilizzo di questo metallo, ed è anche un segnale di fiducia verso l’Italia, il mio paese d’origine». Una sfida e, come dice Annamaria Furlan segretaria della Cisl, «una pagina positiva per la Sardegna e per tutto il paese. È la dimostrazione che in Italia si può e si deve continuare a investire nei settori industriali». Dai sindacati che manifestano soddisfazione per la chiusura positiva di una vertenza che dura da più di cinque anni, la richiesta di un incontro con la nuova proprietà per discutere del piano industriale. E dei passaggi propedeutici per il revamping e quindi il riavvio degli impianti.

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