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Ex comunista e figlio del popolo: sarà Bonaccini a rottamare le correnti e a salvare il Pd delle origini?

Una vita da mediano della politica fino al grande salto alla guida della Regione Emilia Romagna

di Emilia Patta

Pd, Bonaccini: "Non chiederò sostegno a correnti"

4' di lettura

Campogalliano, provincia di Modena, poco meno di 9mila anime. «Sono nato proprio lì davanti, in questa piazza. Ed è qui che ritorno la sera, perché è dove vivo con la mia famiglia», dice il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini lanciando l’attesa candidatura alla segreteria del Pd nel circolo in cui è iscritto assieme agli anziani genitori, «semplici militanti». Padre camionista, fondatore di una delle prime cooperative di autostrasporti. Madre casalinga e di tanto in tanto operaia tessile. Origini davvero popolari, insomma, niente a che vedere con i radical chic delle zone ztl presi di mira da certa propaganda grillina. E proprio a Campogalliano Bonaccini, classe 1967, ha fatto in tempo nel 1990 a candidarsi al Consiglio comunale nelle liste di quel Partito comunista italiano che solo un anno più tardi si sarebbe trasformato in Partito democratico della sinistra.

L’esordio con il Pci, poi con Bersani e infine con Renzi

Una vita da mediano della politica, per citare il brano di Ligabue caro al Pier Luigi Bersani dei tempi d’oro, fino al grande salto alla guida della Regione Emilia Romagna. Quando l’allora segretario Bersani vinse le primarie di coalizione contro il giovane Matteo Renzi, il 2 dicembre del 2012 (60,8 contro 39,2), Bonaccini era il “suo” segretario del Pd regionale e naturalmente si schierò con Largo del Nazareno. Solo un anno più tardi, dopo la non vittoria e il disastro dei 101 che affossarono la corsa di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica, l’attuale governatore fu invece la carta vincente di Renzi per la scalata al vertice del partito: 71,5% alle primarie e vittoria sia pure sotto il 50% anche tra gli iscritti proprio grazie alla mobilitazione di Bonaccini, che ne coordinò la campagna regionale e nazionale. Da qui la candidatura alla presidenza della regione nel 2014.

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Una «vita da mediano» fino alla ribalta delle regionali del 2020

Ma è stata soprattutto la campagna elettorale del 2020 a fare del mediano della politica una star nazionale. Si era all’indomani delle europee del 2019 che regalarono alla Lega di Matteo Salvini il 34% dei voti nazionali, e l’onda verde per molti osservatori stava per abbattersi pure sulla rossa Emilia. Bonaccini sceglie intanto di cambiare look: la pelata alla Bruce Willis (il copiright è di Renzi) è ora accompagnata da barbetta hipster curata, Rayban chiari a goccia, giacche più avvitate e pantaloni young style con il risvolto. E poi, soprattuto, macina «milioni di chilometri» combattendo a mani nude e in solitaria la battaglia della vita (il M5s, anche se in quel momento al governo con il Pd nel Conte 2, non lo appoggia; e anche i dirigenti nazionali del Pd si tengono alla larga dal fronte, con la “scusa” del governo). Vincendola.

L’uomo di partito che va all’assalto del Pd nel nome dei territori

Certo, nel Pd ai tempi di Bersani erano tutti o quasi bersaniani e ai tempi di Renzi erano tutti o quasi renziani. Ma colpisce che proprio un profilo così di partito come quello di Bonaccini, legato di volta in volta a leader diversi, si stagli ora come il possibile “rottamatore” delle correnti. Eppure è proprio così: con lui c’è solo, ma sottovoce, la corrente degli ex renziani di Base riformista che fanno capo a Lorenzo Guerini e una personalità cattolica di rilievo come Graziano Delrio. Con lui però ci sono i cosiddetti territori, ossia una fitta rete di amministratori locali tra cui spiccano il governatore della Toscana Eugenio Giani e i sindaci di Bergamo e di Bari, Giorgio Gori e Antonio Decaro. Mentre i big - da Dario Franceschini a Nicola Zingaretti ai “lettiani” (il segretario Enrico Letta mantiene formalmente una posizione neutrale) fino addirittura al padre dell’Ulivo Romano Prodi - si stanno posizionando sulla rivale Elly Schlein, giovane rappresentante della sinistra dei “movimenti” e del mondo Lgbt ancora non iscritta al partito (lo farà al termine della fase “costituente”) e vice di Bonaccini in Regione.

La sfida ai big: serve un gruppo dirigente nuovo

Fin qui nessun big con Bonaccini, dunque. La ragione è da ricercare (anche se non solo) proprio nei propositi di ricambio di classe dirigente più di una volta espressi dal governatore dell’Emilia Romagna. «Chiederò una mano particolare a sindaci, amministratori locali, al gruppo dirigente sul territorio, ai tanti segretari di circolo... Anche perché mi è abbastanza chiaro che non avrò il sostegno di molti del gruppo dirigente nazionale. Ed è questo il punto: io credo che serva un gruppo dirigente nuovo, e noi lo abbiamo nel territorio, nelle regioni, nei comuni: una classe dirigente diffusissima che può e deve essere valorizzata di più. Non possiamo più permetterci di selezionare le classi dirigenti attraverso le correnti perché alla lunga non si seleziona il merito ma la fedeltà - ha detto nel discorso della discesa in campo a Campogalliano -. A me ha fatto una certa impressione, lo dico con rispetto, vedere tutti i dirigenti di primo piano del nostro partito candidati nei listini e mai nei collegi unominali, dove i voti devi andarli a strappare uno a uno per vincere».

«Macinando milioni di chilometri»: la politica di prossimità

Strappare i voti ad uno ad uno, come fanno appunto i sindaci che si candidano nelle loro comunità e come ha fatto lo stesso Bonaccini nella ormai mitica campagna elettorale regionale del 2020. Macinando, appunto, «milioni di chilometri». Può sembrare poco a chi non conosce a fondo il Pd, eppure in questo proposito di rinnovamento delle classi dirigenti e di smantellamento delle correnti nazionali c’è a ben vedere quasi tutto il programma.

La difesa del Pd veltroniano, riformista e a vocazione maggioritaria

Certo, c’è molto altro: a chi vorrebbe sciogliere il Pd per fare una cosa di sinistra (da Goffredo Bettini ad Andrea Orlando) Bonaccini ricorda che il Pd è nato come partito popolare di centrosinistra a vocazione maggioritaria che ha messo insieme diverse culture riformiste e progressiste e che ora non deve lasciare la rappresentanza della sinistra al M5s e dei moderati al Terzo polo («questo spazio adesso ce lo andiamo a riprendere noi»). A chi, sempre da sinistra, immagina un novello Labour Party Bonaccini ricorda che il Pd non è il partito del lavoro ma dei lavori, compresi autonomi e partite Iva, e che senza crescita e sostegno alle imprese non c’è ricchezza da distribuire. In tempi in cui a sinistra prevale il populismo assistenzialista non è poco.

Il nodo leadership: se a Bonaccini riesce la rottamazione mancata da Renzi

Ma se il Pd riuscirà davvero a riappropriarsi del tema della leadership, e l’abbattimento delle correnti ne è il presupposto, sarà una vera rivoluzione. E magari potrebbe essere proprio Bonaccini, l’uomo di partito ormai non più giovane e da sempre in politica, a realizzare quella “rottamazione” che a suo tempo non riuscì al giovane outsider Renzi.

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