ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùla crisi di taranto

Ex Ilva, Arcelor: recesso legittimo in base ai contratti

Il gruppo franco-indiano presenta istanza al tribunale per farsi riconoscere la legittimità della risoluzione contrattuale

di Alessandro Galimberti


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(ANSA)

3' di lettura

L’«Accordo di modifica del contratto di affitto con obbligo di acquisto di ramo d’azienda» - scrittura privata siglata a Roma il 18 settembre 2018 tra Ilva, Arcelor Mittal e altre cinque parti contraenti collegate - parla chiaro. Al punto 27.5 (Retrocessione di rami d’azienda) si legge che nel caso in cui venga meno il cosiddetto scudo penale per gli amministratori dell’acciaieria tarantina previsto dal Dl Renzi (1/2015) l’affittuario Arcelor «ha il diritto di recedere dal contratto attraverso una comunicazione scritta indirizzata alle Concedenti».

È quello che i legali dell’azienda franco-indiana hanno effettivamente innescato nel fine settimana, avviando poi l’iter giudiziario di uscita dal contratto di affitto dell’ex Ilva. Al tribunale civile di Milano è stato depositato un atto di citazione per far accertare dai giudici «la legittimità del recesso unilaterale dal contratto» e quindi far dichiarare dai magistrati la risoluzione dello stesso.

Nella prospettiva di Arcelor Mittal i presupposti per il divorzio sono chiari, almeno quanto gli inadempimenti contrattuali addossati alle controparti. A cominciare proprio dalla modifica della clausola di esclusione penale emanata quattro anni fa per la gestione commissariale dell’ex Ilva (che testualmente recitava: «Le condotte poste in essere in attuazione del Piano ambientale non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario e dei soggetti da questo funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro») regole reiterate nel 2017 ma abrogate dalla legge dello scorso 2 novembre. Il cosidetto “addendum” contrattuale, quello siglato a settembre del 2018, aveva previsto questa eventualità come causa legittima di recesso, portando in sostanza dentro il contratto gli effetti di eventuali decisioni politiche sfavorevoli, come puntualmente verificatosi quattro giorni fa.

Ma non meno importanti ai fini della risoluzione del contratto, secondo l’azienda franco-indiana, sono gli inadempimenti civilistici di Ilva, da cui è stato ereditato l’impianto di Taranto.

Qui si innesta la vicenda dell’impatto ambientale e della sicurezza dei lavoratori. Nel 2015, dopo la tragica morte di un operaio, la Procura aveva sequestrato l’altoforno 2, consentendone poi il ritorno in attività con una serie di prescrizioni destinate ai gestori commissariali. Al momento dell’ingresso di Arcelor, nel 2018, il custode giudiziario aveva inviato un rapporto in Procura, rilevando che non tutte le prescrizioni di sicurezza erano state adempiute (solo 22 su 27). La Procura allora aveva fermato di nuovo l’altoforno, sbloccato solo dal tribunale del Riesame ma sulla base di nuove prescrizioni, modificate e anche sostanzialmente. Tanto che, fanno sapere fonti aziendali, per rispettarle l’altoforno dovrebbe restare chiuso per almeno un anno.

Non solo, tutta la linea “a caldo” - cioè anche altri due forni gemelli - dovrebbe essere adeguata alle nuove prescrizioni di sicurezza, con prevedibili chiusure a cascata. Risultato, secondo Arcelor, l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi di produzione previsti, e con l’ulteriore aggravante di costi ingenti per la compliance normativa.

Su tutta questa intricata matassa contrattuale, la decisione del Parlamento di togliere l’immunità penale agli amministratori è calata come una mannaia, considerato che tutti gli eventi che potrebbero accadere durante l’adeguamento degli impianti - a differenza di quanto concordato alla firma dei contratti - ricadrebbero oggi sulla fedina penale di amministratori e dirigenti.

Negli atti notificati alle controparti ci sono numerose altre contestazioni di inadempimento all’Ilva. Per questo, fanno sapere dall’azienda, la giusta via d’uscita è il recesso («legittimo») e una sentenza di accertamento dei giudici milanesi sulla correttezza della risoluzione contrattuale. Che per il polo dell’acciaio di Taranto significherebbe però il ritorno alla casella zero.

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