emergenza industriale

Ex Ilva, ArcelorMittal: anche con scudo penale impossibile eseguire contratto

Doccia fredda dalla multinazionale dell’acciaio: «In ogni caso, anche se la protezione legale fosse ripristinata, non sarebbe possibile eseguire il contratto» fa sapere ArcelorMittal. Intanto Svimez calcola gli impatti della chiusura su Pil nazionale (-0,2% in Italia, -0,7% al Sud) e sull’occupazione

di Andrea Gagliardi


ArcelorMittal restituisce l’Ilva allo Stato italiano

4' di lettura

«In ogni caso, anche se la protezione legale fosse ripristinata, non sarebbe possibile eseguire il contratto» in quanto c'è la possibilità che, per un provvedimento dell'autorità giudiziaria di Taranto, venga di nuovo spento l'altoforno 2 e «in tal caso dovrebbero essere spenti anche gli altiforni 1 e 4 in quanto, per motivi precauzionali, sarebbero loro egualmente applicabili le prescrizioni» del tribunale sull’automazione degli altiforni.

Quindi il contratto sull’Ilva di ArcelorMittal andrebbe considerato «risolto». È quanto si legge nell’atto di citazione di ArcelorMittal all’Ilva in amministrazione straordinaria - depositato al tribunale di Milano - pubblicato dal sito del “Corriere del Giorno”, giornale di Taranto.

Le richieste dei legali di Arcelor Mittal
I legali di ArcelorMittal come prima richiesta al tribunale di Milano fanno quella di dichiarare sciolto il contratto per l’Ilva di Taranto in quanto venendo meno la protezione legale, ArcelorMittal ha legittimamente esercitato il diritto di recesso. In subordine la richiesta è di dichiarare comunque risolto il contratto per «impossibilità sopravvenuta» a causa delle vicende giudiziarie che coinvolgono parti dell'impianto e che mettono a rischio la sua attività.

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Infine, i legali di ArcelorMittal indicano che - se queste motivazioni non fossero ritenute sufficienti - c'è l'ulteriore richiesta di annullamento del contratto «per dolo». In particolare, si sostiene che le società in amministrazione straordinaria, in fase di data room, «hanno deliberatamente descritto in maniera erronea e fuorviante circostanze fondamentali relative alle condizioni dell'altoforno 2 e allo stato di ottemperanza delle prescrizioni» indicate dal tribunale di Taranto per adeguare gli altiforni.

Svimez: da chiusura Ilva impatto negativo di 3,5 mld su Pil
La Svimez, utilizzando il suo modello di previsione econometrico, ha valutato l’impatto per l’economia italiana e, in particolare per l'industria meridionale, della chiusura dell’Ilva, distinto per le diverse aree geografiche. La valutazione ha considerato gli effetti della chiusura rispetto all'attuale assetto produttivo caratterizzato già oggi da una produzione (intorno ai 4,5 milioni di tonnellate) inferiore agli obiettivi previsti dal piano industriale. L'impatto annuo sul PIL nazionale è stimato, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, in 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi concentrati al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9 miliardi nel Centro-Nord, pari allo 0,2% del PIL italiano. Se consideriamo l’impatto sul Pil del Mezzogiorno si sale allo 0,7%.

LE RICADUTE SULL’ECONOMIA Impatto chiusura Ilva rispetto alla situazione produttiva attuale


Le conseguenze su export e consumi delle famiglie
Un impatto negativo si avrebbe soprattutto sulle esportazioni (-2,2 mld) ma anche sui consumi delle famiglie (-1,4 mld), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell'indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell'economia. Si ricorda infatti che l'occupazione impegnata da ILVA è di quasi 10 mila addetti (di cui oltre l'80% a Taranto), di circa 3 mila dipendenti nell'indotto e di altri 3 mila addetti legati all'economia attivata dall'azienda. Parliamo di un bacino complessivo di oltre 15 mila persone che rischierebbe di perdere il salario.

L’ impatto della mancata attuazione del piano industriale di AM
Un ulteriore esercizio, più completo, è stato svolto inoltre al fine di valutare non soltanto l’effetto immediato della chiusura rispetto all’attuale situazione, ma valutando quanto l’Italia perde dal non portare a termine il piano industriale che l'azienda si era impegnata a realizzare. Il piano industriale proposto da AM Investco prevedeva di portare la produzione di Taranto e dei due siti del Nord a otto milioni di tonnellate, pari a circa il 35% della produzione nazionale di acciaio.

I “COSTI” DELL’ADDIO Impatto sul Pil e sull’occupazione nel periodo 2019-2024 dell’attuazione del Piano industriale

Dopo il 2023, con la messa nuovamente in funzione dell’altoforno numero cinque, l’output realizzato a Taranto sarebbe dovuto salire a otto milioni di tonnellate annue (cui si aggiungerebbero i due milioni realizzati nel Nord) e la quota sul totale nazionale sarebbe destinata a salire a oltre il 40%. Nell’arco temporale di implementazione del piano industriale la nuova società avrebbe inoltre realizzato 2,4 mld di euro di nuovi investimenti, cui si aggiungevano i circa 1,1 mld di spese destinate alla bonifica del sito oggetto di transazione con la precedente proprietà.

Nel periodo di attuazione del piano industriale (2018-2023), il Pil complessivamente attivato dalla produzione realizzata nel sito di Taranto e negli altri due del Nord sarebbe stato pari a 22,5 mld di euro nell'intero arco temporale coperto dal piano industriale. Per avere un termine di paragone, si tratta nel complesso di 1,3% del Pil italiano; nel Sud l'impatto sale al 4,2% del Pil dell'area. Sotto il profilo occupazionale, nell'intero periodo di attuazione del piano industriale si valuta che la produzione complessivamente realizzata avrebbe creato circa 51,000 posizioni lavorative, di cui circa 42,000 in Puglia e le restanti altrove (anche in questo caso: la gran parte nel Centro-Nord).

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