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Ex Ilva, bimbo morto di tumore: «Dubbio sul nesso tra inquinamento e decesso»

Motivata la sentenza dell’assoluzione dei dirigenti dell’acciaieria di Taranto imputati nel processo per la scomparsa del piccolo Lorenzo Zaratta nel 2014

di Domenico Palmiotti

L’ex Ilva (Ansa)

2' di lettura

«Permane un'insuperabile situazione di ragionevole dubbio circa l'effettiva sussistenza del nesso causale fra la presunta condotta ascritta agli imputati e il decesso del piccolo Lorenzo». Cosí, nella sentenza, il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Taranto, Pompeo Carriere, ha motivato un'assoluzione e il non luogo a procedere per altri 8 imputati, tutti ex dirigenti Ilva all'epoca della precedente gestione Riva, per la morte del piccolo Lorenzo Zaratta, di 5 anni, di Taranto, avvenuta a fine luglio 2014 e inizialmente attribuita alle emissioni inquinanti dello stabilimento siderurgico.

Motivazioni della sentenza

Il gup scrive nelle motivazioni che «la letteratura medica, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, non consente di affermare la sussistenza di una correlazione causale tra inquinamento ambientale-atmosferico e tumori del sistema nervoso centrale e segnatamente dell'astrocitoma», patologia, questa, che ha causato il decesso del bambino di Taranto.

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Assoluzione e non luogo a procedere

Il 12 luglio scorso il gup ha assolto Angelo Cavallo, ex dirigente della fabbrica, che aveva chiesto il rito abbreviato, e per il quale il pm Mariano Buccoliero aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi. Il gup ha inoltre stabilito che non vi sia il processo per gli altri otto imputati che avevano optato per il rito ordinario. Si tratta di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva fino al 3 luglio 2012, nonchè degli ex responsabili dell'area Parchi Minerali, Giancarlo Quaranta e Marco Adelmi, dell'ex capo dell'area Cokerie, Ivan Di Maggio, dell'ex responsabile dell'Area Altiforni, Salvatore De Felice, degli ex capi delle Acciaierie, Salvatore D'Alò e Giovanni Valentino, e di Giuseppe Perrelli, all'epoca dei fatti responsabile dell'area Gestione Rottami Ferrosi.

La tesi dell’accusa

La morte del piccolo Lorenzo ha rappresentato un caso emblematico. La tesi dell'accusa ha sostenuto che la mamma del piccolo, lavorando nel rione Tamburi di Taranto, molto vicino all'acciaieria, aveva inalato in gravidanza le emissioni nocive della fabbrica trasmettendole poi al feto. Per il gup, però, non si può affermare con certezza una correlazione tra le emissioni e la forma di tumore di cui fu vittima Lorenzo Zaratta in quanto le cause note dell'astrocitoma sono la «predisposizione genetica ereditaria» e le «radiazioni ionizzanti>, cioè raggi gamma e raggi X. E anche se queste due cause costituiscono solo il 10 per cento della casistica, il restante 90 per cento non è stato ancora scientificamente accertato.

Per il gup «in questo 90 per cento di cause ignote potrebbe (e mai come in questo caso è d'obbligo il condizionale) esservi anche l'esposizione prenatale a situazioni di inquinamento ambientale-atmosferico» come le «attività del siderurgico». Ma si tratta attualmente, argomenta il gup, di «una mera ipotesi», riscontrabile «in pochi studi di letteratura e che viene formulata sulla base di associazioni statisticamente deboli, ossia non significative, o che viene presentata come necessitante di ulteriori studi per essere confermata».

Responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio

Non esiste, per il gup Carriere, alcuna tesi provata scientificamente che dichiari una «responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio» per condannare gli imputati e neppure una «ragionevole previsione di condanna» per avviare un processo.

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