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Ex-Ilva, un caso di masochismo di Stato

Una volta si diceva che il ciclo integrale del gruppo siderurgico avesse ritmi di lavoro giapponesi o quasi. Oggi siamo diventati ancora più bravi dei maestri del Sol Levante soprattutto in una cosa: a fare “harakiri”

di Giancarlo Mazzuca


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2' di lettura

Ex -Ilva: ci risiamo, tanto per cambiare. Credo che la storia del gruppo siderurgico, con 15mila posti di lavoro a rischio tra Taranto, Genova e Novi Ligure, sia la vera cartina di tornasole di come la politica (e non solo) possa condizionare il cammino di un'impresa in Italia. In effetti, raccontando le vicende di quello che veniva definito “il colosso dell'acciaio”, viene naturale parlare di una visione, spesso e volentieri, masochistica da parte dello Stato. Tanti gli episodi che si sono moltiplicati negli anni a partire dai tempi del miracolo economico. L'ultimo è quello che ha causato l'intervento, in questi giorni, dell'ad di Arcelor Mittal Europa, Geert Van Poelvoorde, che ha annunciato la chiusura dell'ex-Ilva dal prossimo 6 settembre se non ci sarà più la protezione legale prevista per le società che operano nell'area del gruppo. A cancellare questa garanzia è stato, infatti, il decreto-crescita appena varato e voluto dai Cinque Stelle. L'aut-aut dell'amministratore delegato ha subito provocato le ire del vice-premier Luigi Di Maio (“non accetto ricatti”), ma, al di là della reazione risentita del ministro grillino, la vicenda ha sorpreso molti osservatori perché si tratta dell'ennesimo “deja vu” .

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Sto esagerando? Basta ricordare un episodio che accadde in un'altra estate, quella del 2012, con altri governi ed altri chiari di luna. L'Ilva di Taranto venne fermata da un'ordinanza del gip che impose il blocco degli impianti per evitare l'emissione di fumi nocivi. Senza voler entrare nel merito dell'ordinanza, scrissi allora che mi sembrava una vicenda “kafkiana”. Intendiamoci, la nostra salute deve essere sempre salvaguarda in tutti i modi, ma anche sette anni fa venne messo seriamente in forse il futuro del più importante centro europeo per la produzione d'acciaio. Non si trattava di un facile allarmismo: basta ricordare cosa successe, ancor prima, allo stabilimento siderurgico di Bagnoli, in Campania, che dovette davvero chiudere i battenti. E, a proposito d'inquinamento, il motivo principale per cui ArcelorMittal ha oggi alzato le barricate contro l'abolizione dell'immunità penale è proprio il fatto che gli impianti, finché non verranno ultimati i lavori in corso, non sono ancora del tutto a posto dal punto di vista ambientale.

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Ecco, dunque, un nuovo episodio della “telenovela” siderurgica che, se vogliamo, appare ancor più “kafkiano” per il semplice motivo che Di Maio, dall'insediamento del governo gialloverde, non si è certo risparmiato nei suoi “j'accuse” nei confronti dell'ex-Ilva.

Non dobbiamo fasciarci la testa prima del tempo perché è molto probabile che, prima del 6 settembre, si possa trovare una soluzione - e un incontro tra il vice-premier e l’ad di Arcelor –Mittal è già stato fissato per giovedì prossimo - ma, intanto, è destino che non ci sia pace, soprattutto d'estate, per i lavoratori d'acciaio. Nel 2012, proprio ai tempi dell'ordinanza sui fumi nocivi, si diceva che il ciclo integrale del gruppo siderurgico avesse ritmi di lavoro giapponesi o quasi. Oggi siamo diventati ancora più bravi dei maestri del Sol Levante soprattutto in una cosa: a fare “harakiri”.

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