ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLA CRISI DELL’ACCIAIO

Ex Ilva, che cosa dice l’ordine di spegnimento del giudice

Nuovo incontro in programma tra governo e Mittal

di Domenico Palmiotti

Roma, lavoratori ex-Ilva in piazza: "No esuberi, andremo avanti"

Nuovo incontro in programma tra governo e Mittal


3' di lettura

Il 13 dicembre è l’ultimo giorno di attività dell’altoforno 2 dell’ex Ilva di Taranto.
Ecco l’ultimo giorno per ora. Dopo il no alla proroga a Ilva per fare gli ulteriori lavori di messa in sicurezza dell’impianto da parte del giudice Francesco Maccagnano, quest’ultimo, il 12 dicembre, ha firmato l’ordine di esecuzione. Il magistrato rileva che dal 14 dicembre, essendo scaduta la tempistica di adeguamento accordata in precedenza all’azienda, l’impianto non si può più usare e quindi va fermato e spento.

Maccagnano ha incaricato il custode giudiziario dell’area a caldo, Barbara Valenzano, di predisporre il relativo cronoprogramma. Che si avvia da subito per concludersi il 20 gennaio. Non si parte da zero ma dal punto in cui il cronoprogramma è stato interrotto a settembre dal verdetto del Tribunale del Riesame. Il quale concesse a Ilva l’uso dell'impianto che Maccagnano aveva negato a fine luglio.

Nell’ordine di esecuzione, il magistrato chiede al custode Valenzano di fornire entro il 17 dicembre le modalità di custodia dell’impianto nel periodo che precede lo spegnimento, i tempi entro cui, ad altoforno spento, Ilva può adempiere alle prescrizioni della Procura del 7 settembre 2015 «allo stato non ancora adempiute, nonché di implementare “ogni più utile modalità di custodia tale da assicurare che - a partire dal 14 dicembre 2019 - l'altoforno 2 non sia più utilizzato».

La carta di un nuovo ricorso al Riesame

In questa fase Maccagnano è il giudice dell’esecuzione perché la vicenda da cui tutto è partito, la morte dell’operaio Alessandro Morricella a giugno 2015 - vicenda che ha determinato il primo sequestro dell'impianto -, è nel frattempo passata dalla fase di indagine a quella dibattimentale. E Maccagnano è anche giudice del dibattimento. Ilva ora deve giocarsi la carta di un nuovo ricorso al Riesame per fermare lo stop.

Gli avvocati sono da alcuni giorni al lavoro per cercare di accelerare il deposito dell’atto di impugnazione. Perché prima si deposita, prima va in discussione in udienza visto che l’obiettivo è fermare un'altra volta il cronoprogramma di fermata e salvare l’assetto della fabbrica. Con i ministri Patuanelli, Provenzano e Catalfo, il Governo prova a rassicurare i sindacati sulla ex Ilva: con o senza ArcelorMittal, l’esecutivo terrà aperta la fabbrica, manterrà la produzione di acciaio, anzi la incrementerà, e salverà l'occupazione. Ma nei sindacati sono più i dubbi (Fim Cisl e Uilm) che i consensi (Fiom Cgil).

Il piano del governo

Il piano del Governo prevede due altiforni attuali in marcia, il 4 e il 5 - quest’ultimo però da ricostruire perchè spento dal 2015 -, l’uso del preridotto di ferro per usare meno la preparazione dei minerali nell'agglomerato, che è una delle fonti inquinanti, ed una ambientalizzazione del siderurgico più spinta. Ci sono poi la produzione a regime di 8 milioni di tonnellate di acciaio e la partecipazione dello Stato nell’operazione.

La rassicurazione è arrivata alla vigilia del nuovo incontro del 13 dicembre tra ArcelorMittal, i commissari straordinari di Ilva e il negoziatore incaricato dal Governo, il presidente Saipem, Caio. Ci sono già stati due incontri nei giorni scorsi. Non rottura ma nemmeno un avanzamento. Il percorso resta complicato, anzi accidentato dagli ultimi accadimenti: lo stop all'altoforno 2, uno dei tre operativi, e la cassa integrazione straordinaria chiesta per 3.500 lavoratori.

Ecco il testo dell’ordine di esecuzione del giudice

Visualizza


Il nodo della Cigs
Non si sa ancora come evolverà la richiesta di cassa integrazione straordinaria fatta per 3500 da ArcelorMittal. Unico punto certo, è che i sindacati la respingono così come hanno già respinto la richiesta di cassa integrazione ordinaria che l’azienda ha avanzato il 5 dicembre per 1.273 unità (tutto ora è stato assorbito nella cassa straordinaria). Il ricorso agli ammortizzatori sociali rischia intanto di estendersi anche all’indotto-appalto di Mittal.

Confindustria Taranto mette il tema sul tavolo e chiede misure specifiche per le imprese. «La situazione di crisi dello stabilimento Arcelor Mittal di Taranto impone anche alle aziende dell’indotto ex Ilva di adottare misure che possano far fronte al previsto calo di produzione con tutte le conseguenze ad esso connesso» dice Confindustria Taranto.

«Le aziende dell’indotto facenti capo a Confindustria Taranto - si afferma - si ritrovano a dover affrontare un problema di criticità sul fronte occupazionale riveniente dal calo di produzione già in itinere nello stabilimento ArcelorMittal di Taranto e ulteriormente aggravato dal previsto spegnimento di Afo2».

In sostanza, si afferma, serve «avere contezza della disponibilità di una congrua dotazione per gli ammortizzatori sociali». La richiesta è al Governo e si fa presente che la Regione Puglia ha già previsto, con un protocollo d’intesa, «la proroga della cigs per l’area di crisi complessa di Taranto attraverso un apposito rifinanziamento».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti