ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe motivazioni

Ex Ilva, Corte d’Assise: dai Riva modalità di gestione illegali

Il deposito delle motivazioni della sentenza di maggio 2021 si incrocia ora col momento difficile attraversato dall'azienda dell'acciaio

di Domenico Palmiotti

(ANSA)

4' di lettura

“I Riva e i loro sodali hanno posto in essere modalità gestionali illegali anche omettendo di adeguare lo stabilimento siderurgico ai sistemi minimi di ambientalizzazione e sicurezza per ovviare alle problematiche di cui avevano piena consapevolezza sin dal 1995“. A 17 mesi dalla sentenza di Corte d'Assise di Taranto per il processo “Ambiente Svenduto” relativo al reato di disastro ambientale provocato dalla fabbrica dell'acciaio e imputato alla gestione del gruppo Riva, sono arrivate nella giornata del 29 novembre le motivazioni della sentenza che a fine maggio 2021 ha inflitto pesanti condanne a molti dei 47 imputati, di cui 44 persone fisiche e 3 società. Motivazioni contenute in quasi 3.800 pagine e in linea con la sentenza che, tra gli altri, ha visto condannare gli ex proprietari e amministratori del gruppo Fabio e Nicola Riva rispettivamente a 22 anni e a 20 anni, l'ex direttore di stabilimento Luigi Capogrosso a 21 anni, Girolamo Archinà, referente delle relazioni istituzionali e politiche dell'azienda, a 21 anni e 6 mesi, Nichi Vendola, ex governatore della Regione Puglia, a 3 anni e 6 mesi.

I nodi da sciogliere ora in azienda

Il deposito delle motivazioni si incrocia con un momento particolare per l'ex Ilva. Che dal sequestro di luglio 2012, da cui sono scaturiti il processo in Assise e le condanne, è stata prima commissariata dal Governo facendo uscire i Riva da proprietà e gestione (giugno 2013), poi è stata ceduta in fitto ad ArcelorMittal (novembre 2017) per passare infine (aprile 2021) alla nuova società Acciaierie d'Italia dove convivono il privato Mittal (maggioranza) e il pubblico Invitalia (minoranza). E proprio l'attuale coesistenza tra privato e pubblico è il nodo da sciogliere, col ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha posto la necessità di riequilibrare la governance della società. Dopo la sospensione di 145 imprese dell'indotto da parte di Acciaierie d'Italia, Urso - che più volte ha invitato l'azienda a recedere dalla decisione presa - ha detto che nell'ex Ilva “lo Stato ci ha messo molto denaro, ci metterà altri 2 miliardi, ma noi abbiamo il dovere di sapere come queste risorse saranno spese effettivamente per recuperare il declino”. I due miliardi citati dal ministro sono rispettivamente nei dl Aiuti Bis e Ter e servono il primo per operazioni sul capitale e rafforzamento patrimoniale della società e il secondo per la costruzione dell'impianto per la produzione del preridotto di ferro che dovrà esser usato negli impianti riducendo la carica di carbon coke e minerali. Urso ha anche toccato la condizione produttiva della fabbrica che chiuderà il 2022 a circa 3 milioni di tonnellate quando i vertici manageriali più volte avevano dichiarato che nell'anno sarebbero stati prodotti 5,7 milioni di tonnellate, 300mila in meno di quei 6 milioni di tonnellate che sono il livello per ora autorizzato e mai raggiunto. “Oggi - ha detto il ministro - la produzione dell'ex Ilva, Acciaierie d’Italia, non è in condizione di poter reggere uno stabilimento e una produzione come quella che l’Italia merita”.

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Impianti a Taranto sequestrati e confiscati

Tra gli aspetti critici da affrontare nell'ambito del riassetto della governance, c'è la duplice condizione in cui versano gli impianti: sequestrati dal gip (sia pure con la facoltà d'uso) e confiscati dalla Corte D'Assise (anche se la confisca diverrà esecutiva solo se confermata dal giudizio in Corte di Cassazione). Proprio sulla confisca, la Corte d'Assise nelle motivazioni del processo ha scritto che “la situazione emersa dal dibattimento - attualizzata al momento della decisione finale - evidenzia la mancata esecuzione del piano ambientale, sicchè deve dirsi concreto e attuale il pericolo di ulteriori conseguenze negative in termini di ambiente e salute”. “Al momento della decisione finale - scrive la Corte nelle motivazioni - solo una parte delle prescrizioni idonee d eliminare le situazioni di pericolo risultava realizzata, con la conseguenza che il dissequestro dell'area a caldo provocherebbe gravissime conseguenze a causa dei rischi rilevanti che l'impianto ancora presentava”. Secondo la Corte, inoltre, “i lavori riguardanti il piano ambientale, ancora non eseguiti, afferiscono interventi importantissimi relativi ad aree dello stabilimento che dall'esame dei periti in sede di incidente probatorio sono risultate le più inquinanti”. La Corte ha quindi citato alcuni impianti dove i lavori di risanamento devono essere completati e a proposito dell'agglomerato del siderurgico, dove si preparano i minerali per la carica degli altiforni, ha osservato che dalle linee dello stesso agglomerato “derivano le emissioni di diossina che provocavano e continuano a provocare danni incalcolabili alla salute dei lavoratori”.

“I Riva hanno messo in pericolo vita e integrità fisica”

Sulla passata gestione Riva, netto il giudizio della Corte: i Riva “hanno messo in pericolo - concreto - la vita e l'integrità fisica dei lavoratori dello stesso stabilimento, la vita e l'integrità fisica degli abitanti del quartiere Tamburi, la vita e l'integrità fisica dei cittadini di Taranto”. “Danni alla vita e all'integrità fisica - ha argomentato la Corte d'Assise nelle motivazioni - che purtroppo in molti casi si sono concretizzati: dagli omicidi colposi alla mortalità interna ed esterna per tumori, alla presenza di diossina nel latte materni”. Infine, ha scritto la Corte, “la capacità di influenzare le istituzioni da parte dell'Ilva, facendo leva sul potere economico e contrattuale della grande impresa, ha reso per lungo tempo molto difficile l'accertamento dei crimini che si andavano perpetrando”.

Urso: siamo su un treno che sta deragliando

E il ministro Urso è tornato il 29 novembre sull'Ilva parlando a “Porta a porta”. “Saliamo su un treno in corsa che sta deragliando, un treno dove capostazione e capotreno non rispondono - ha affermato -. Contravvenendo agli accordi presi, produce tre milioni di tonnellate. Ne avrebbe dovuti produrre sei. Siamo già con un impianto che si sta spegnendo. Ci siamo confrontati con tutti, a partire dall'ad”. “Nessuno - ha sottolineato Urso - mi dice che chiude ma improvvisamente, da un giorno all'altro, arriva la notizia che chiude i cancelli ai lavoratori dell’indotto. Ma abbiamo continuato l’interlocuzione con l’azienda perchè siamo persone responsabili. Quel miliardo vogliamo che sia condizionato alla governance. Ora lo Stato non c’è”.

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