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Ex-Ilva, crescono preoccupazioni e dissensi dei lavoratori

Il quotidiano e il suo impatto sulla vita reale dello stabilimento di Taranto e il lavoro delle persone, tra mille incertezze

di Domenico Palmiotti

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(Afp)

Il quotidiano e il suo impatto sulla vita reale dello stabilimento di Taranto e il lavoro delle persone, tra mille incertezze


5' di lettura

Preoccupazioni. E dissensi. La mattina del 21 gennaio offre nuove incertezze agli operai dell'ex Ilva di Taranto, ora ArcelorMittal. Non c'è solo, ad impensierire, l'esito ancora incerto della trattativa tra multinazionale e commissari dell'amministrazione straordinaria, ma anche il quotidiano e il suo impatto sulla vita reale della fabbrica e il lavoro delle persone, qui 8.200 solo di diretti. L'idea che si sono fatta i dipendenti è di una fabbrica “stop and go”. Una specie di saliscendi influenzato dai programmi, che non offrono per ora visibilità, e soprattutto dal mercato, che non si risolleva dalla crisi.

Tra ripartenze e fermate
E così accade che a dicembre venga annunciata la ripartenza del decapaggio e del decatreno il 7 gennaio, della zincatura 2 dal 9 gennaio e della zincatura 1 dal 28 gennaio, ma alla fine di dicembre 2019 sia confermato il rinnovo, per altre 13 settimane, della cassa integrazione ordinaria per 1.273 addetti. Misura, questa, in corso da luglio e prorogata una prima volta da fine settembre a fine dicembre. Oppure accade che il 15 gennaio ArcelorMittal annunci la ripartenza dal 10 febbraio - sia pure per quattro settimane a fronte di un ordine da 30mila tonnellate - della produzione lamiere, col ritorno in fabbrica, dalla cassa integrazione, di 360 unità, preceduti il 16 gennaio da un primo gruppo di 60, e il 20 gennaio comunichi che dal 23 gennaio si ferma sino a fine marzo l'acciaieria 1, con 250 dei 477 addetti totali in cassa integrazione. Ecco il saliscendi: ripartenze e fermate, improvvise schiarite e di nuovo nubi. E non è stato ancora toccato il nodo degli esuberi che ci saranno nella “nuova” Ilva.

L'eccedenza della forza lavoro
Esuberi che ci saranno inevitabilmente, anche se restano da determinare numeri e strumenti con cui gestirli. E il fatto che i sindacati chiedano la riapertura del canale per accedere alle pensioni per l'esposizione all'amianto, o si parli di allungamento o potenziamento del bonus per l'esodo agevolato, o, ancora, di misure per favorire altrove la ricollocazione degli ex Ilva, sta a dimostrare che si sta pensando a più di qualcosa per fronteggiare in modo non traumatico l'eccesso di forza lavoro cercando soprattutto di contenerlo. Esempio: Fincantieri potrebbe insediare nell'area di Taranto un'attività per la rilavorazione e il trattamento delle lamiere prodotte dal siderurgico, occupando circa 150 unità. Oppure lo sgravio contributivo triennale previsto per le aziende che assumono gli ex Ilva, provvedimento che dovrebbe entrare a far parte del nuovo decreto legge “Cantiere Taranto” con un fondo ad hoc.

«Una fabbrica che non sa dove andare»
«È una fabbrica che ancora non sa dove andare, che fare, e noi paghiamo questa incertezza restando sul filo del rasoio - dicono gli operai -. Si vive una infinita transizione, con l'azienda che cerca di volgere a suo favore la situazione e i lavoratori che sono tra l'incudine e il martello». A ciò si aggiungerebbero dissensi, per ora non manifesti, e nemmeno confermati dai sindacati, in base ai quali il personale dell'acciaieria 1 non vorrebbe andare nella 2 e quello della 2 non ricevere i colleghi della 1. Oltre ai 250 cassintegrati, altri 227 lavoratori sui 477 totali saranno infatti ricollocati tra acciaieria 2 e in attività di presidio e controllo della 1.

Sinora altiforni e acciaierie meno colpiti dalla cig
Da luglio ad oggi, la cassa ha riguardato più la parte a valle di altiforni e acciaierie. Anche l'ultimo riparto lo conferma. Nell'area primary si prevedono come massimo 461 unità in cassa integrazione mentre in quella finishing 693. Questo potrebbe forse spiegare i dissensi. «Non parlerei di fibrillazioni tra gli operai ma di atteggiamenti soggettivi - spiega Pietro Cantoro, delegato Fim Cisl per l'acciaieria -. Certo, nel momento in cui ArcelorMittal ferma un impianto, è evidente che restringe il perimetro occupazionale dello stabilimento e noi certo non siamo contenti, nè approviamo la scelta».

Fim, Fiom e Uilm chiedono infatti lo stop alla fermata dell'acciaieria 1, contestando la decisione dell'azienda e affermando che non c'è alcun piano di riassetto condiviso, nè tantomeno un accordo, e che la discussione su quella che sarà l'Ilva del futuro è ancora tutta da farsi. Da ArcelorMittal, però, nessun passo indietro. Dal 23 gennaio la trasformazione in acciaio della ghisa che arriva dai tre altiforni operativi (1, 2 e 4) verrà fatta solo dall'acciaieria 2 attraverso i tre convertitori di cui dispone. «Ci sarà un uso più intenso dei tre convertitori, non un loro uso contestuale e parallelo anche per non precludersi la manutenzione» spiegano i sindacalisti.

Come sarà ora l’assetto
Prima della decisione sull'acciaieria 2, lo stabilimento di Taranto marciava con tre convertitori: uno su tre nella 1 e due su tre nella 2. Normalmente nella 2 ci sono due convertitori in funzione e uno fermo per lavori o manutenzione. Adesso, invece, due marceranno e un terzo sarà tenuto pronto all'uso. In fabbrica operai e delegati non escludono che per le acciaierie si faccia come per la cassa integrazione. Cioè, una volta avviati gli ammortizzatori sociali, li si rinnovi alla scadenza in attesa che la situazione cambi. E quindi dopo marzo, se non saranno intervenuti fatti nuovi, o si proroga il blocco dell'acciaieria 1, oppure si ferma la 2 per rimettere in produzione la 1.

Oggi, spiegano i delegati, la scelta di concentrarsi sulla 2 è influenzata sia dal mercato che dalle commesse («quelle poche che ci sono»). «E per l'azienda - si sottolinea - la 2 è attualmente sufficiente». «L'acciaieria 1 - aggiunge Antonio Taló, segretario Uilm - è l'unica che può fare una certa tipologia di bramme. Averla fermata, significa che di queste bramme non c'é richiesta».

I precedenti
Ma oltre il mercato e le commesse, ci sono altre ragioni a monte. Che riconducono ad uno stabilimento che da mesi marcia a passo ridottissimo, con 11-11.500 tonnellate di ghisa al giorno ed attestato su 4,5 milioni di tonnellate annue anziché i 6 milioni previsti e autorizzati. A novembre ArcelorMittal ha infatti fermato una linea di agglomerazione e si disse che questo avrebbe trascinato, per l'incastro che struttura il ciclo integrale del siderurgico, anche un'acciaieria. A luglio, dopo la tromba d'aria che ha fatto crollare in mare una gru e causato la morte dell'operatore che era nella cabina comandi, è stato sequestrato il quarto sporgente portuale adibito allo scarico delle materie prime. Il sequestro permane.

ArcelorMittal di recente ha avuto solo l'autorizzazione alla bonifica nel tratto di mare interessato. Con il divieto per il quarto sporgente, l'approvvigionamento di minerali si è dovuto spostare su siti alternativi: molo polisettoriale del porto di Taranto e banchina di Costa Morena Est del porto di Brindisi.

«A Brindisi - afferma il segretario generale dell'Autorità portuale del Mar Adriatico Meridionale, Tito Vespasiani -, dopo un periodo di fermo, lo scarico prosegue al ritmo di due-tre navi al mese». Ovviamente, il trasporto via camion delle materie prime in fabbrica, anziché trasferirle direttamente allo stoccaggio con i nastri trasportatori, ha un costo ma incide anche sulla quantità del rifornimento. E minore rifornimento significa minore preparazione di materie prime, con quel che ne consegue a valle: altiforni per la ghisa a basso regime di funzionamento e un'acciaieria su due in marcia. Mercato e domanda hanno poi fatto il resto.

Per approfondire:

Ex-Ilva, con disimpegno Mittal impatto su Pil di 3,5 mld

Ex Ilva, ArcelorMittal ferma l'acciaieria 1

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