SALE IN ZUCCA

Ex Ilva, è rinato l’acciaio di Stato

Il più grande stabilimento siderurgico d’Europa sarà ancora a maggioranza pubblica e agli indiani di Arcelor-Mittel resterà una quota minoritaria

di Giancarlo Mazzuca

Ilva, raggiunto accordo: Stato al 50%, da 2022 con controllo

2' di lettura

Come volevasi dimostrare. Si è puntualmente avverato quello che in molti avevano previsto: l’acciaio di Stato è rinato e l’ex-Ilva di Taranto, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, sarà ancora a maggioranza pubblica e agli indiani di Arcelor-Mittel resterà una quota minoritaria. Si è, dunque, verificato quello che, con l’emergenza-Covid, era ormai diventato inevitabile: ricorrere alla ciambella statale per salvare tanti posti di lavoro fortemente a rischio. E, in tal senso, la soluzione trovata può essere ritenuta la migliore perché, soprattutto in tempi di crisi profonda, l’emergenza-occupazione è assolutamente prioritaria.

Oggi dobbiamo cercare di raddrizzare in qualche modo la baracca: ecco perché è necessario che adesso si intervenga subito, con ancora maggior determinazione, in soccorso delle piccole e medie imprese che stanno arrancando.

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Estremi rimedi per situazioni estreme

Il ritorno al passato per la nostra siderurgia conferma quanto l’economia sia oggi in crisi sotto i colpi del contagio: estremi rimedi per situazioni estreme. Perché adesso, con la seconda ondata, l’allarme è davvero rosso per tutta l’Azienda Italia. Chi ha una certa età ha un ricordo ancora nitido di quegli anni Ottanta del secolo scorso quando, auspice Romano Prodi, venne attuata la drastica cura dimagrante dello Stato- imprenditore con la smobilitazione dell’Iri e di altre galassie pubbliche: cominciò così la grande stagione delle privatizzazioni. A proposito dell’Iri, ricordiamo che l’Istituto venne varato nel 1933 sotto l’effetto-boomerang della grande epidemia della peste, il Covid d’allora, e del crollo di Wall Street.

Senza tirare in ballo i soliti corsi e ricorsi storici, qualcuno ha parlato oggi di minestrina riscaldata con una situazione economica che rischia di essere addirittura più grave di quella del 1933 nonostante il varo del “Recovery fund” e l’aiuto di quell’Unione europea che novant’anni fa ancora non c’era. In effetti, la nascita dell’Iri sotto la guida di Alberto Beneduce, il suocero di Cuccia, avvenne quattro anni dopo i giorni neri della Borsa americana quando anche la stagione calda della peste era passata. C’era, quindi, stato tempo per incassare (e digerire) i primi contraccolpi dell’epidemia mentre ora siamo ancora nella fase-due con tanti addetti ai lavori che temono una fase-tre in gennaio.

Strada obbligata

Adesso siamo ancora nel pieno della tempesta perfetta e la strada indicata dall’ex Ilva appare davvero obbligata (e, a stretto giro di posta, avremo il bis con Alitalia). Del resto, già da mesi molti addetti ai lavori, turandosi il naso, avevano previsto la necessità di ricorrere al “pubblico è bello” per fronteggiare le punte dell’iceberg, a cominciare dall’ex-Ilva, di una recessione sempre più grave. Speriamo solo che il nuovo “carrozzone di Stato” duri meno dei cinquant’anni vissuti dall’Iri.

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