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Ex Ilva, ecco come può cambiare il piano per l’acciaieria di Taranto

La multinazionale apre: fiduciosi in progressi per la soluzione. Conte: svolta sulla decarbonizzazione

di Carmine Fotina e Manuela Perrone


Conte: "Pronti a negoziare se Mittal ritira atto dismissione"

3' di lettura

Da ArcelorMittal arriva la prima apertura ufficiale per un’intesa con il Governo sull’ex Ilva. «Speriamo che l’incontro offra l’opportunità di fare buoni progressi nella ricerca della soluzione», sottolinea la multinazionale alla vigilia del vertice di venerdì pomeriggio a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il titolare dello Sviluppo Stefano Patuanelli.

L’azienda si dice fiduciosa: «Sarà un incontro, certo non conclusivo, ma molto importante». Lo stesso Conte ha lasciato intendere che questo nuovo round non sarà risolutivo. Ma è probabile che prosegua con uno o più tavoli tecnici per definire i dettagli del possibile accordo. «È chiaro - afferma il colosso siderurgico - che per consentire all’Ilva di continuare a operare sarà necessario concordare un nuovo piano per la produzione di acciaio che sia accettabile per tutti gli stakeholder».

Proprio questo punto - oltre al ripristino dell’immunità legale e a una soluzione per l’Altoforno 2, la cui importanza è stata ribadita anche ieri dall’azienda - è centrale nel confronto. Secondo fonti governative, il contratto con ArcelorMittal è in effetti modificabile nella parte relativa al piano industriale. L’articolo 13 prevede che «in presenza di scostamenti significativi della situazione economica e di mercato» (non a caso Conte ieri ha parlato di «sopravvenienze dimostrate» come condizione per discutere una revisione) possano essere modificati «gli investimenti e l’assetto industriale previsti» dal piano. Ma con il «mantenimento dei livelli occupazionali». L’Esecutivo potrebbe quindi aprire a variazioni temporanee dei livelli produttivi (rispetto ai 6 milioni di tonnellate fissati la produzione è già scesa a 4,5 milioni) ma senza accettare che gli esuberi dichiarati da Mittal siano strutturali. Si continua dunque a parlare di cassa integrazione e per una platea di 2-2.500 lavoratori (in manovra potrebbe entrare il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali per tutte le aree di crisi complessa, compresa quella di Taranto)

Un altro tassello della revisione del piano riguarda le bonifiche, con possibile defiscalizzazione degli investimenti, e gli impegni prospettici sull’area a caldo. «Questa è un’occasione per avviare un processo di decarbonizzazione e rilanciare lo sviluppo di Taranto», ha affermato ieri Conte. L’area a caldo potrebbe essere ridimensionata nei prossimi anni, quando progetti pilota per l’utilizzo del gas o dell’idrogeno saranno maturi per trasformarsi in capacità produttiva alternativa al ciclo integrale.

La riduzione progressiva dell’uso del carbone da inserire nel nuovo piano industriale sarebbe anche il veicolo per rendere più digeribile ai parlamentari 5 Stelle la proposta di un decreto per ripristinare l’immunità legale. Lo stesso Luigi Di Maio non ha chiuso: «Nel nostro codice penale lo scudo generalizzato esiste già. Se vogliamo scrivere di nuovo la stessa norma, possiamo fare un esercizio di stile». La strada di cui si discute da giorni, del resto, è proprio quella di una norma interpretativa.

Ai temi citati esplicitamente da Mittal si aggiunge un altro elemento che la multinazionale avrebbe posto sul tavolo: il coinvolgimento dello Stato attraverso le sue società. Ufficialmente in discussione ci sono investimenti e contributi di Cassa depositi e prestiti e delle sue partecipate sul territorio, con un tavolo congiunto sull’esempio di quanto fatto a Genova. Ma nel Governo tuttora non si esclude l’ipotesi di un ingresso diretto delle partecipate nel capitale di AmInvestco Italia, accanto ad ArcelorMittal, a Intesa (già azionista con il 5,6%) e alle altre banche creditrici. Schema che però starebbe incontrando forti resistenze da parte delle partecipate.

Di Ilva e dei punti del possibile accordo con Mittal si è discusso nel consiglio dei ministri serale e nella cena voluta subito dopo da Conte. In Cdm sono intanto approdate le prime proposte per il “Cantiere Taranto”. In buona parte si tratta di un’accelerazione dei progetti previsti dal contratto istituzionale di sviluppo del 2015: su poco più di un miliardo sono stati spesi 258 milioni. Tra le priorità ci sono gli interventi per il porto e per il collegamento con l’aeroporto, il Distripark (il Cipe ieri ha indicato l’Autorità portuale come soggetto attuatore), il completamento della Bari-Taranto, il Tecnopolo per lo sviluppo sostenibile, la valorizzazione turistica dell’Arsenale, un centro sperimentale per le bonifiche, il rafforzamento dei presidi sanitari, lo sprint a semplificazione e deroghe alle procedure amministrative. In vista di una legge speciale per la città con un super commissario.

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