LA CRISI DELL’ACCIAIO

Ex Ilva, Governo e ArcelorMittal avviano la trattativa su 5mila esuberi

Tema di scontro sono numeri e licenziamenti. Il Gruppo Mittal vuole ridurre il perimetro della maxi-fabbrica; per l’Esecutivo è insostenibile cancellare le buste paga

di Paolo Bricco


Ex Ilva, Conte: da governo massima determinazione e attenzione

4' di lettura

Il Governo – con il Mef a tirare le fila, in accordo ma in prevalenza sul Mise – sta selezionando la sua squadra di negoziatori. ArcelorMittal, invece, ha già pronta la sua. Il calendario, a oggi, non c’è ancora. Gli sherpa si incontreranno, presumibilmente, all’inizio della prossima settimana.

L’equilibrio è precario. La tentazione di comperare tempo – rimandando i problemi di giorno in giorno, se non di settimana in settimana – è caduta. Qualunque forma di attendismo non è più valida. Il tatticismo è finora appartenuto sia al Governo sia alla famiglia Mittal e alla sua collaboratrice italiana, Lucia Morselli. Sul piano industriale dell’Ilva non si scherza più.

Le due controparti, che dall’incontro di una settimana fa a Palazzo Chigi non hanno fatto nulla, devono mettersi al lavoro: per sciogliere i nodi trovando una soluzione oppure per dirsi definitivamente addio lasciando la parola soltanto agli avvocati e ai giudici, alle (certe) cause milionarie e ai (possibili) avvisi di garanzia. Mercoledì il Tribunale di Milano ha riaggiornato l’udienza, per il ricorso formale dell’Amministrazione Straordinaria contro lo spegnimento degli altoforni al 20 dicembre.

Lo scoglio della occupazione e l’estromissione dei sindacati
Il primo, vero, discrimine fra gli sherpa incaricati di seguire la trattativa sarà rappresentato dal numero di occupati. Il punto di partenza è l’accordo firmato da azienda e sindacati il 6 settembre 2018: ai 10.777 addetti oggi in capo ad AM Investco, andranno aggiunti, nell’agosto del 2023, i 1.912 occupati adesso in amministrazione straordinaria. In tutto fanno 12.689 persone. Un numero insostenibile per l’azienda, che ne vuole eliminare 5mila. Eliminare, appunto: questi occupati devono essere fuori dal perimetro. Le buste paga vanno cancellate.

Questa è la prima distanza, che appare non semplice da colmare, con i sindacati, che sono co-autori e co-firmatari dell’accordo, e con il Governo. Il quale ha, invece, una posizione differente da due punti di vista: 5mila persone in meno sono politicamente insostenibili, come è politicamente insostenibile l’esubero secco, nel senso del licenziamento. Dunque, bisognerà verificare le soluzioni tecniche (e politiche): la cancellazione dell’obbligo di assunzione degli addetti ora in amministrazione straordinaria? La costituzione di una bad company, in cui fare confluire gli esuberi cronicizzando la cassintegrazione? In ogni caso, un dato appare significativo.

Nessuno ha finora coinvolto i sindacati, che rischiano di trovarsi di fronte a un dilemma ancora più estremo rispetto a quello di Sergio Marchionne-Pomigliano d’Arco: accettare o non accettare una soluzione prefabbricata e predeterminata da altri.

Il problema della tecnologia e il nodo dell’equity
Il tema della specializzazione è rilevante. In questo contesto, è chiaro che – in caso di rinuncia alla uscita dall’Italia – il gruppo francoindiano non può che pensare a Taranto-Cornigliano-Novi Ligure come a una Mini Ilva: per 8 milioni di tonnellate massime basterebbero, ottimisticamente dal punto di vista del lavoro, 8.500 addetti; per 6 milioni, sempre ottimisticamente, 7.500. In ogni caso, per arrivare alla Mini Ilva, ci sono due opzioni: l’ossatura siderurgica formata da tre altoforni più piccoli (1,2 e 4 sono a fine vita, ma hanno ancora davanti fra i 5 e gli 8 anni) oppure da uno più grande (il mastodontico Afo 5, anche se ci vorranno ancora due anni per sistemarlo).

A questo, il Governo vorrebbe aggiungere un forno elettrico, che si potrebbe alimentare con il rottame oppure con il preridotto (il vecchio piano di Enrico Bondi). Tre punti critici, per gli sherpa di una e dell’altra parte: il forno elettrico non appartiene per nulla alla cultura industriale di ArcelorMittal, almeno negli impianti in Europa. Un forno elettrico si progetta, realizza e installa in due anni. Un forno elettrico può costare fra i 200 e i 300 milioni di euro. Tutto questo, in una storia in cui c’è poco tempo, non c’è denaro e in cui la maggioranza – in particolare sull’asse PD che da Gentiloni discende a Gualtieri – prova a lavorare per mantenere nell’azionariato ArcelorMittal e – in maniera compatta, fra 5 Stelle e PD – cerca di portare nell’equity o di coinvolgere in attività “collaterali” soggetti pubblici come Invitalia o come imprese partecipate dalla CDP.

Il “Metodo Greco” applicato all’industria
Non c’è ancora un calendario. Ma gli sherpa non potranno non lavorare fin dalla prossima settimana. I Mittal si sono riseduti al tavolo, venerdì scorso, con il Governo, dopo che il capo della Procura di Milano, Francesco Greco, noto per avere “convinto” il Big Tech e il lusso esterovestito a pagare le imposte, si è dedicato anche alla questione Ilva. L’intera vicenda è, adesso, incardinata sia a Taranto sia a Milano. Il 20 dicembre, alla prossima udienza, soltanto tutte e due le parti potranno chiedere un ulteriore rinvio. Il tempo è poco. Sia il Governo sia i Mittal erano convinti di potere avere mano libera – nei loro tatticismi e nelle loro strategie – fino a gennaio inoltrato. Non sarà così. Le vicende del piano industriale si intrecciano con le vicende giudiziarie. Tre giorni fa ArcelorMittal ha “silurato” Sergio Palmisano, il dirigente che era stato sentito come persona informata dei fatti dalla Procura di Milano. Molte tessere sono sul tavolo. Il piano industriale è uno. Alla fine, soltanto dalla composizione di tutte queste si coglierà il profilo del mosaico.

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