La crisi di Taranto

Ex Ilva verso il ricorso alla cassa integrazione per altri mille dipendenti

Ai circa 4.000 che sono già in cassa Covid, se ne aggiungerebbero un altro migliaio, portando così il numero totale a 5.000 unità

di Domenico Palmiotti

(Ansa)

3' di lettura

ArcelorMittal punta ad aumentare il ricorso alla cassa integrazione nel siderurgico di Taranto. Ai circa 4.000 che sono già in cassa Covid, se ne aggiungerebbero un altro migliaio, portando così il numero totale a 5.000 unità su un organico di 8.200 dipendenti. Lunedì prossimo scatta una nuova proroga di 9 settimane della cassa Covid. Segue la tranche partita ai primi di agosto per 6 settimane. Come la volta precedente, anche stavolta la richiesta aziendale, come numero massimo ai fini dell'utilizzo dell'ammortizzatore sociale, è per 8.147 dipendenti.

Produzione di 3 milioni di tonnellate

L'aumento della cassa si collocherebbe nella procedura in corso che permette all'azienda flessibilità di gestione. ArcelorMittal non ha ancora ufficializzato l'aumento della cassa ai sindacati, i quali però sostengono che una serie di segnali in fabbrica vanno ormai in questa direzione. L'azienda, si afferma, intende tenere una forza di circa 3.000 addetti con una produzione di 3 milioni di tonnellate attraverso gli altiforni 1 e 4. Gli unici due rimasti operativi, e peraltro con un passo di marcia ridotto, da metà marzo, quando è stato fermato l'altoforno 2. Sulla gestione della cassa c'è conflitto tra ArcelorMittal e sindacati. Anche l'incontro sulla nuova proroga si è chiuso senza accordo tra le parti. Inoltre, sulle modifiche organizzative che ArcelorMittal ha introdotto in due reparti, Laminatoio a freddo e Produzione lamiere (quest'ultimo fermato da ieri in attesa di nuovi ordini di lavoro), Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm hanno indirizzato un esposto a Inps e Ispettorato del Lavoro. Sostengono che tali variazioni comportino un maggior utilizzo dello straordinario in presenza di molta cassa integrazione.

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I mancati pagamenti

Se in fabbrica la situazione resta molto tesa, in attesa di capire, dopo le elezioni regionali, quale piega prenderà il dossier ArcelorMittal (è in ballo il coinvestimento dello Stato accanto al privato attraverso Invitalia), uno spiraglio sembra invece aprirsi per l'indotto-appalto di Taranto che attende i pagamenti arretrati a fronte di lavori e forniture. Dopo il confronto del 2 settembre, nel quale, su dati Confindustria Taranto, è stato evidenziato uno scaduto fatture di 33 milioni a fine luglio più altri 5 a fine agosto, ieri nuova discussione con una call Taranto-Roma. Coinvolti azienda, Governo, Prefettura, Camera di Commercio, Confindustria e Confapi. L'amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, ha dichiarato che in questa settimana sono stati versati alle imprese 4 milioni, altri 5 arriveranno la prossima settimana, e che ci sono 10 milioni di pagamenti “sui quali dobbiamo portare particolare cautela”. Morselli ha parlato in proposito di “blocchi di operatività” facendo riferimento a problemi giudiziari, amministrativi e documentali sui quali, ha detto, bisognerà lavorare. “Abbiamo uno scaduto che per noi è gestibile” ha dichiarato l'ad. Il sottosegretario Mise, Alessandra Todde, ha sostenuto che “oltre allo scaduto, bisogna gestire i pagamenti con responsabilità. Responsabilità che in questo momento deve essere ancor più importante considerata la tensione e l'eccezionalità”. Mario Turco, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, pur evidenziando che si tratta di contratti tra privati, ha richiamato che il “territorio è in seria difficoltà economica e occupazionale”. Confindustria Taranto, infine, ha chiesto di mettere in sicurezza i crediti dell'indotto a fronte della costituzione di una newco. Questo per non ripetere quanto accaduto nel 2015 col passaggio di Ilva all'amministrazione straordinaria e 150 milioni di pagamenti che le aziende attendono ancora.

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