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Ex Ilva, la mobilitazione a Taranto parte con i blocchi ai cancelli

di Domenico Palmiotti

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(REUTERS)


3' di lettura

Superato il passaggio elettorale col voto per la Regione Puglia, il nodo ArcelorMittal, ex Ilva, torna a premere sul Governo, chiamato a decidere sul futuro dell’azienda. Da oggi i sindacati rilanciano a Taranto una protesta forte con tre iniziative. Dalle 7, con un presidio davanti alla portineria C, bloccheranno il transito delle merci in entrata e in uscita dalla fabbrica. Giovedì, invece, 24 ore di sciopero dei dipendenti di ArcelorMittal ma anche dell’indotto e nella stessa giornata autoconvocazione di lavoratori e sindacalisti a Roma, davanti a Palazzo Chigi, per chiedere al Governo «l’avvio di un percorso certo di discussione». Percorso tutto da trovare. Fonti dell’azienda fanno sapere che i blocchi dei cancelli dell’ex Ilva di Taranto rischiano solo di fare aumentare i numeri della Cassa integrazione. Posizioni distanti.

I sindacati lamentano che ArcelorMittal e Invitalia (che dal Governo ha il mandato a trattare sull’investimento dello Stato accanto al privato) in queste settimane si sono incontrati e anche se non hanno fatto passi avanti perché diverse questioni restano aperte, le rappresentanze dei lavoratori non sono state mai informate, nè coinvolte. Inoltre, aggiungono, l’ultima riunione col ministro Stefano Patuanelli risale al 9 giugno scorso, a valle della presentazione del nuovo piano industriale di ArcelorMittal con circa 3mila esuberi. A spingere le sigle metalmeccaniche ad alzare il tiro non è solo l’evidente insoddisfazione per una situazione “impallata”, ma anche quanto accaduto nello stabilimento a Taranto. Il 14 settembre scorso è partita una nuova tranche di cassa integrazione Covid che per 9 settimane coinvolge un numero massimo di 8.147 dipendenti, di cui 5.623 operai, con uso effettivo dell'ammortizzatore sociale per circa 4.000 addetti. Giorni fa è crollato - per fortuna senza feriti, nè altre gravi conseguenze - un nastro trasportatore dell’agglomerato, episodio che per i sindacati costituisce un’ennesima “spia” delle condizioni di sicurezza della fabbrica ritenute molto precarie. A ciò si aggiunge che da ieri altri impianti, in aggiunta a quelli inattivi da mesi, sono stati fermati o assoggettati ad una marcia ridotta. È il caso, per esempio, della Zincatura 1 e del Decapaggio del Laminatoio a freddo, fermati sino a nuova data, mentre Treno nastri 2 e Finitura nastri sono passati, rispettivamente, da 21 a 15 turni di lavoro settimanali e da 15 a 10. “Calo di ordini”: così l’azienda ha motivato il nuovo stop. E intanto, dopo il sit in di qualche giorno fa davanti alla direzione di stabilimento di un folto gruppo di cassintegrati, ieri nuova protesta con un blocco stradale sulla statale Appia, proprio davanti alla fabbrica, durato circa un’ora.

«La fabbrica è insicura. Sono oramai pesantissime ed inaccettabili le ricadute determinatesi attorno alla vertenza ArcelorMittal, dove multinazionale e Governo hanno deciso ciò che questo territorio non merita: ovvero di non decidere», dicono Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb, in un documento inviato a Palazzo Chigi e ai ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro. I sindacati denunciano una «condizione di abbandono ed insicurezza degli impianti e dei lavoratori». Negli ultimi giorni il Governo ha spinto molto, specie dal fronte Pd, sulla riconversione green della fabbrica, candidata tra le priorità del Recovery Fund. Messa da parte la svolta con l’idrogeno, che non rappresenta uno scenario di prossimo futuro, si dovrebbe partire dal gas per spostarsi poi sulle altre tecnologie tra cui il forno elettrico. Ma l’assetto industriale non è l’unica partita aperta. Valutazione economica della società, rapporto tra i partner pubblico e privato, obiettivi di produzione, esuberi e loro gestione, nuovi ammortizzatori sociali, sono le altre questioni, non marginali, che attendono risposta. E occorrerà farlo entro fine novembre, data ultima per la chiusura del negoziato. Trascorsa la quale, ArcelorMittal potrà disimpegnarsi se non sarà stato formalizzato un accordo definitivo.

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