Il futuro della città pugliese

Ex Ilva: per Taranto le proposte sono diverse. Ma qual è la realtà?

Politica ex-Ilva. Ridda di ipotesi su nazionalizzazione, intervento di Cdp e dismissione dell’area a caldo

di Manuela Perrone


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Un’immagine dell’ex-Ilva (Ansa)

2' di lettura

La lettera di Giuseppe Conte ai ministri con la richiesta di inviare proposte per aprire già giovedì in Cdm un «Cantiere Taranto» è suonata alle orecchie delle opposizioni e di molti osservatori come un segnale di grande debolezza: l’ultimo tassello di un puzzle di cui è difficile individuare il disegno complessivo. Perché la maggioranza sembra dividersi su tutto. Non soltanto sul presente, con i Cinque Stelle spaccati sul ripristino dell’immunità penale per ArcelorMittal. Ma anche sul futuro, con la ridda di ipotesi e distinguo su nazionalizzazione, intervento di Cassa depositi e prestiti, dismissione o non dismissione dell’area a caldo. Al punto da far sbottare il capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio: «Attenzione: ci vogliono nervi saldi. Il Governo deve parlare con una voce sola».

In attesa di sbrogliare almeno i nodi minimi per potersi sedere al tavolo con Mittal, Conte prova a uscire dall’impasse (e a convincere il M5S a dargli fiducia) garantendo a Taranto l’attenzione che le si promette da tempo. Poco più di un anno fa, ad esempio, l’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, subito dopo la firma al Mise dell’accordo sull’ex Ilva con Mittal, annunciava: «Ora è venuto il momento di una legge speciale per il rilancio di Taranto e di mettere risorse nella legge di bilancio». La legge non si è vista, in compenso sono continuate le riunioni del tavolo per il Contratto istituzionale di sviluppo istituito nel 2015, con tutti i suoi progetti già programmati. Adesso, con l’appello del premier e la prossima costituzione di una cabina di regìa dedicata, se ne aggiungeranno di nuovi. Con lo stesso obiettivo: offrire «ristoro alle comunità ferita», per citare Conte, e porre in essere «tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale». Il lavoro del Governo a un piano per Taranto era stato anticipato dal sottosegretario M5S alla presidenza del Consiglio con delega agli investimenti, il senatore tarantino Mario Turco, nell’intervista al Sole 24 Ore di sabato scorso, dove annunciava l’istituzione di un fondo straordinario da 5-10 milioni per il sostegno all’occupazione dei lavoratori in amministrazione straordinaria e chiedeva all’Europa di fare la sua parte.

Conte ha citato due misure: il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, intende promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale; la ministra per l’Innovazione, Paola Pisano, vuole far diventare Taranto «la prima città italiana interamente digitalizzata». È inoltre allo studio la nascita di un’università e di un polo di ricerca d’eccellenza. E si ragiona sul rilancio dell’area portuale e retroportuale (tornerà in pista al Cipe entro fine anno il Distripark, affidato stavolta all’Autorità portuale) e alla valorizzazione dell’aeroporto di Grottaglie e degli altri scali minori al Sud in una rete integrata. Così come è in arrivo la ricetta del ministro della Salute, Roberto Speranza, per rafforzare i presidi sanitari. Ma resta la domanda: alla luce della tempesta Ilva, discutere adesso di un «Cantiere Taranto» è realtà, utopia o distrazione?

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