la crisi di taranto

Ex Ilva, perché l’accordo governo-ArcelorMittal disinnesca il rischio di un contenzioso miliardario

Il Tribunale di Milano ha fissato la nuova udienza per il 6 marzo prossimo. Nelle prossime quattro settimane verrà affrontato il nodo dell’occupazione

di Paolo Bricco


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3' di lettura

Il Tribunale di Milano ha fissato la nuova udienza per il caso Ilva il 6 marzo. Il Governo e Arcelor Mittal hanno chiesto altro tempo per negoziare. E hanno ottenuto quattro settimane in più. Venerdì mattina, due legali del gruppo siderurgico, Ferdinando Emanuele e Roberto Bonsignore, entrambi dello studio Cleary Gottlieb, hanno riportato la volontà del loro cliente di rimanere a Taranto.

Dichiarazioni pubbliche che sono suonate come rassicurazioni dopo che – come ha scritto Il Sole 24 Ore – il primo accordo quadro raggiunto da Governo e Arcelor Mittal ha fra gli elementi consolidati una clausola di uscita, esercitabile da novembre in avanti, a fronte del pagamento di mezzo miliardo di euro (400 milioni liquidi e 100 milioni di magazzino). «I sindacati hanno tutto il diritto di essere aggiornati sulla trattativa - ha detto il premier Giuseppe Conte - è stato formalizzato un passo avanti importante che ha permesso di evitare una decisione del tribunale. Si continua a lavorare».

Nelle prossime quattro settimane, essenziali per l’impostazione del piano industriale, si affronterà prima di tutto il nodo dell’occupazione. Entrambe le parti considerano fuori dal tavolo i 1.800 addetti oggi in Ilva in Amministrazione Straordinaria. Nessuna delle due ritiene realisticamente che possano tornare in azienda. Arcelor Mittal insiste perché, a regime con una produzione da otto milioni di tonnellate di acciaio all’anno, altri 3mila addetti vengano estromessi. Il Governo ne chiede invece l’assorbimento. A questo punto, stupirebbe che non fossero coinvolti i sindacati, finora tenuti fuori da ogni trattativa, dato che occorrerà utilizzare dosi massicce di cassintegrazione.

Sindacati, peraltro, molto preoccupati per la clausola di uscita da mezzo miliardo. Il perimetro intorno all’Ilva è già stato delineato con l’accordo portato ieri mattina alla sezione specializzata imprese del Tribunale di Milano, che ha evitato il rischio di una guerra giudiziaria strisciante e a un certo punto dalla deflagrazione violenta.

Un perimetro di tipo strategico e concettuale, negoziale e operativo. Per le cose dette e per le cose non dette. Per l’impostazione generale e gli effetti specifici ottenuti dalle due squadre di sherpa guidate da Francesco Caio per il Governo e da Ondra Otradovec, il responsabile delle fusioni ed acquisizioni del gruppo siderurgico che ha un filo diretto con la famiglia Mittal, di cui è persona di assoluta fiducia, dopo avere lavorato per dieci anni nell’investment banking puro.

Primo elemento
Le due controparti hanno, allo stesso tempo, un impegno reciproco e mani libere per valutare che cosa vogliono veramente fare nei prossimi mesi. Il Governo – concedendo la clausola – ha semplificato il quadro e ha ridotto il rischio di un contenzioso miliardario e di lunghissima durata. L’ex Ilva – un enorme problema di finanza di impresa – è stata a lungo un problema di indefinibile ambiguità strategica. Adesso la prima ambiguità è cancellata: Arcelor Mittal, sempre che tutto proceda bene da qui al 6 marzo, ha una via di uscita, concordata e in grado di ridurre le ansie – perché fissa un tetto massimo alle perdite – degli azionisti e degli obbligazionisti. Ma Arcelor Mittal ha anche la possibilità di verificare se desidera – come dichiara – rimanere con convinzione: in questo senso, la domanda europea dei prossimi mesi non sarà irrilevante e, qualunque andamento essa abbia, i lavori di ripristino degli altoforni ridurranno l’emorragia finanziaria. Inoltre, Arcelor Mittal non potrà non apprezzare che una parte consistente della decabornizzazione dell’acciaieria, per il tramite della società del preridotto, avvenga con soldi pubblici, dato che comunque il gruppo siderurgico non parteciperà al capitale della newco.

Secondo elemento
La scelta del Governo di non entrare subito in AMInvestco, la società superindebitata controllata al 95% da Arcelor Mittal, viene spiegata con la necessità di una lunga e laboriosa due diligence da parte di un soggetto terzo. Formalmente è vero. Nella sostanza questo consente anche al Governo, qualora da novembre Arcelor Mittal decidesse di uscire, di non perdere un euro di denaro pubblico e di organizzare un replacement di capitale (non importa con quale veicolo e sotto quali vincoli, il Mef o Invitalia o Cdp che entra in un gruppo siderurgico privato il quale a sua volta rileva le quote da Arcelor Mittal). Il quadro, così, è più semplificato. L’unico elemento di vera perturbazione alla doppia opzione – Arcelor dentro con convinzione o fuori con una uscita ordinata – è il ritorno della febbre anti-Ilva, anti-industriale e anti-tutto della componente Cinque Stelle del Governo.

Per approfondire:
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