analisi

Ex Ilva, la politica e il conto della demagogia

Superficialità e demagogia. La politica italiana, sull’Ilva, ha coltivato le sue peggiori caratteristiche. Adesso ArcelorMittal restituisce le chiavi. E non è uno scherzo. L’azzeramento dell’Ilva comporta la perdita di 3,5 miliardi di Pil e di 1 miliardo di investimenti all’anno. Anche questo non è uno scherzo

di Paolo Bricco


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3' di lettura

Superficialità e demagogia. La politica italiana, sull’Ilva, ha coltivato le sue peggiori caratteristiche. Adesso ArcelorMittal restituisce le chiavi. E non è uno scherzo. L’azzeramento dell’Ilva comporta la perdita di 3,5 miliardi di Pil e di 1 miliardo di investimenti all’anno. Anche questo non è uno scherzo.

L’attuale Governo ha completato lo smantellamento del quadro giuridico che garantiva a qualunque investitore avesse vinto l’asta pubblica di non pagare prezzi per colpe di altri.

C’è stata prima la delegittimazione morale: quasi che chiedere di non trovarsi in un tribunale o in un carcere per atti manageriali o amministrativi compiuti prima dell’arrivo a Taranto fosse discutibile ed inaccettabile, qualcosa di losco e oscuro sotto c’è sempre, se fanno tutto per benino perché devono avere paura?

Poi c’è stata la demolizione politica, con la sottrazione graduale ma inesorabile di ogni tassello dal mosaico di certezza normativa su cui era radicato il contratto di cessione, prima di affitto e poi di vendita, rafforzato da un addendum che ne circostanziava i meccanismi protettivi. Il risultato è stata l’esposizione di ArcelorMittal a un rischio giuridico che si è diffuso nella percezione di chiunque operasse nella fabbrica, inibendone l’attività. La cancellazione dello scudo giuridico ha fatto il paio con alcune precise scelte compiute dalla Procura di Taranto che, nel procedimento sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella avvenuta nel giugno 2015 (quando ArcelorMittal peraltro non c’era ancora), ha prima sequestrato senza facoltà d’uso l’altoforno 2, per poi riconcedere la facoltà d’uso imponendo però tempi molto stretti per la sua messa a norma.

Tutto questo è stato giudicato incomprensibile dai vertici di una multinazionale quotata a Londra che ha stabilimenti in tutto il mondo e che ha compiuto turnaround di acciaierie perfino in Paesi teatro di guerra. Evidentemente a Taranto e a Roma è più difficile operare. Peraltro, ArcelorMittal a Taranto ha incassato una delle sue peggiori sconfitte industriali. La gestione non ha mai funzionato. Con una scelta rara, ha fatto rientrare i suoi manager e ha messo a capo dell’azienda una dirigente di lungo corso come Lucia Morselli, che ha trovato perdite per 2,5 milioni di euro al giorno. E, dunque, davvero il Governo con la cancellazione completa dello scudo giuridico ha fornito ad ArcerlorMittal la chiave per mettersi la giacca, aprire la porta e andarsene via.

La scelta di una manager italiana che era a capo dell’altra cordata in concorrenza con ArcelorMittal – formata da Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi, Leonardo Del Vecchio e Jindal – ha acceso la fantasia e l’immaginazione – caratteristiche che abbondano nella politica italiana, tanto quanto mancano le competenze e la concretezza – su chissà quali piani per un rilancio tutto fatto di partnership internazionali e fondi europei a bizzeffe per una decarbonizzazione che non appartiene peraltro ad ArcelorMittal: insomma, a sentire i desideri della maggioranza Cinque Stelle-Partito Democratico, sarebbe andato tutto benissimo. Nulla di tutto questo. Anche le speranze che questa mossa shock sia una mossa negoziale – per mettere non una pistola, ma un bazooka sul tavolo – appare una interpretazione in linea con la mentalità italiana, che ritiene l’ambiguità un elemento strutturale del discorso pubblico, ed è assai poco coerente con le regole del business internazionale, in cui i patti si rispettano – e in questo caso i patti non sono stati rispettati – e gli atti sono uno la conseguenza dell’altro. In questa situazione straniante, anche il sindacato sembra essere stato preso da uno strano “incantamento”: qualche cosa succederà, quelli di ArcelorMittal si sederanno al tavolo e, poi, al massimo si va tutti in cassintegrazione per anni, anni e ancora anni.

In ogni caso ArcelorMittal, che già nelle scorse settimane aveva scritto lettere all’Amministrazione Straordinaria per esplicitare che avrebbe potuto recedere dal contratto e restituire l’azienda, è stata conseguente e pronta a tutelare i suoi interessi. Una logica da multinazionale.

Detto questo, nelle prossime settimane può succedere di tutto. Anche che l’affanno della politica italiana riesca ad influenzare le scelte di ArcelorMittal. D’altronde il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è devoto di Padre Pio da Petralcina. Quello che è certo – per rifarsi invece alla mentalità scientifica del rivale di Padre Pio, Padre Gemelli – è che le ferite al corpo già nemmeno troppo in buona salute della economia italiana saranno profonde e durature. Secondo una nuova elaborazione compiuta dalla Svimez per Il Sole 24 Ore, portare a zero l’attuale ridotta attività dell’Ilva comporta un danno sintetizzabile in tre numeri: 3,5 miliardi di euro di Pil in fumo, 960 milioni di investimenti fissi lordi in meno e 2,2 miliardi di export cancellato. Non c’è, davvero, null’altro da aggiungere.

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