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Ex Ilva, la Procura di Taranto boccia il dissequestro. Prime tensioni con i fornitori

Parere negativo dei Pm alla Corte d’Assise cui gli avvocati di Ilva in Amministrazione straordinaria avevano presentato ricorso

di Domenico Palmiotti

3' di lettura

La Procura di Taranto boccia il dissequestro degli impianti dell’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia. Quello della Procura è un parere espresso alla Corte d’Assise a cui gli avvocati di Ilva in As (società proprietaria degli impianti che Acciaierie d'Italia gestisce in fitto) hanno fatto istanza a fine marzo. Che i pm potessero esprimersi negativamente era in verità già nell’aria. Adesso bisognerà vedere quello che deciderà prossimamente la Corte cui tocca la decisione di merito.

Ambiente svenduto

La Corte a maggio di un anno fa, con la sentenza del processo “Ambiente Svenduto” relativo ai gravi reati ambientali contestati alla gestione Riva, ha disposto la confisca degli impianti su richiesta della pubblica accusa. Confisca che però scatterà solo se confermata dal giudizio in Cassazione. A fronte del no della Procura al dissequestro, nessuna mossa legale, per il momento, da parte di Ilva in As. Quest’ultima dovrà attendere necessariamente il verdetto della Corte d'Assise. Se anch’esso dovesse respingere il dissequestro, i legali potranno allora giocarsi la carta del ricorso al Tribunale del Riesame. E puntare in seguito alla Cassazione se anche il Riesame dovesse accendere la luce rossa. La scelta di Ilva di chiedere il dissequestro aveva alla base due ragioni: cercare di preparare la strada al riassetto della società Acciaierie d’Italia entro fine maggio, così come previsto dal contratto di dicembre 2020, e far leva sul fatto che il 90 per cento delle prescrizioni ambientali è ormai stato realizzato e che la fabbrica non è più quella di luglio 2012, quando scattò il sequestro su provvedimento dell'allora gip Patrizia Todisco che inizialmente era senza facoltà d’uso.

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Il quadro ambientale mutato

«Oggi il quadro ambientale e gestionale dell'acciaieria è complessivamente cambiato» e quindi «non sussistono i presupposti di una prognosi di pericolosità concreta ed attuale, idonea a giustificare il mantenimento del vincolo cautelare»: così gli avvocati di Ilva in As, Filippo Dinacci ed Angelo Loreto, avevano scritto nell’istanza di dissequestro presentata a fine marzo. La Procura, però, è stata di diverso parere. Da un punto di vista produttivo non cambia nulla. Il siderurgico può continuare a lavorare (l’azienda ha ribadito che nel 2022 si punta a 5,7 milioni di tonnellate) e gli impianti, pur restando sequestrati, conservano la facoltà d’uso per il gestore.

Le conseguenze sul riassetto

Cambia molto, invece, per il riassetto di Acciaierie d'Italia. Nel senso che non essendoci stato il dissequestro, dovrebbero slittare di almeno un anno, se non proprio alla fine del 2023, sia il passaggio dello Stato, con Invitalia, al 60 per cento del capitale (ora.è al 38 per cento), sia l’acquisto dei rami di azienda di Ilva dall’amministrazione staordinaria. Ed è proprio prevedendo questo scenario sfavorevole, che da alcune settimane Ilva in amministrazione straordinaria, ArcelorMittal e Invitalia (rispettivamente socio privato e pubblico di Acciaierie d'Italia) sono al lavoro per riformulare il contratto di fine 2020 ed allungarne i tempi di messa a regime.

Negoziati in corso

Si tratta di un negoziato che le parti devono chiudere entro fine mese (ieri c’è stato un nuovo incontro) e che sta incontrando delle difficoltà. Mittal ha infatti chiesto uno “sconto” di 200 milioni sul prezzo di acquisto dell’azienda, fissato in 1,8 miliardi, e una riduzione ulteriore del 25 per cento del canone di fitto, che era già stato tagliato del 50 per cento a marzo 2020 con l’obbligo di saldare la parte non corrisposta al momento dell’acquisto. In virtù di questa riduzione, il canone è passato da 180 a 90 milioni annui. E la rata trimestrale è scesa a 22 milioni e 250 mila euro.Ma oltre al riassetto societario che si complica, ci sono anche nuove fibrillazioni nell’indotto.

Tensioni nell’indotto

Peyrani Sud, un’azienda di logistica e movimentazione, sta decidendo se fermare meno lo scarico delle materie prime per la fabbrica bloccando le attività sul quarto sporgente portuale. Peyrani Sud dichiara di essere in credito di circa 10 milioni da Acciaierie d’Italia e di aver ricevuto da quest’ultima una richiesta di riduzione del 7/8 per cento per la firma del nuovo contratto. Appreso l’orientamento dell'azienda, Acciaierie d’Italia ha parlato di illegittimità (lo sbarco dei minerali è indispensabile al ciclo produttivo) riservandosi ogni iniziativa a sua tutela. Si ipotizzano altre imprese che eventualmente potrebbero prendere il posto di Peyrani Sud: sono Ecologica e Sir. Ieri, incontrando i sindacati, Peyrani Sud è sembrata voler mettere per ora in stand by la questione. Pur confermando il credito verso l’ex Ilva, la nuova riduzione di prezzo chiesta e la proposta del committente di voler acquistare le gru del privato, Peyrani Sud ha dichiarato ai sindacati di non aver ancora deciso se fermare lo scarico dei minerali per la produzione dell’acciaio, oppure proseguirlo. Il confronto con i sindacati è stato così aggiornato.


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