siderurgia

Ex Ilva, la Procura di Taranto ordina lo spegnimento dell’altoforno 2

di Domenico Palmiotti


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Polo siderurgico ex Ilva.  Una veduta dall'alto dello stabilimento di Taranto oggi del gruppo ArcelorMittal

3' di lettura

ArcelorMittal rischia di essere travolta dalle conseguenze di un incidente mortale sul lavoro accaduto all'altoforno 2 a giugno 2015. E di vedersi spegnere l'impianto, uno dei tre attualmente in marcia a Taranto. Torna in campo la Procura guidata da Carlo Maria Capristo. Il sostituto procuratore Antonella De Luca ha infatti notificato ad ArcelorMittal, a Ilva in amministrazione straordinaria e al custode giudiziario della fabbrica (tutta l'area a caldo è sequestrata da luglio 2012) un provvedimento che ripristina quel sequestro specifico.

Il magistrato scrive che permangono le «esigenze cautelari». Per De Luca «alcune delle prescrizioni a suo tempo imposte col provvedimento di restituzione condizionata» dell'altoforno 2, del 7.9.15 «risultano non attuate o attuate solo in parte, il che non può che condurre ad un rigetto dell'istanza». De Luca, a tal proposito, fa riferimento al rigetto dell'istanza di dissequestro da parte del gup Pompeo Carriere (l'aveva presentata a Ilva in amministrazione straordinaria) e a quanto accertato dal custode giudiziario Barbara Valenzano. «Si dispone - scrive De Luca - ai fini della compiuta esecuzione del sequestro preventivo del 27.6.15 dell'altoforno 2, l'avvio delle procedure per lo spegnimento dell'impianto secondo il cronoprogramma che verrà redatto dal custode». Che è stato incaricato di procedere alla «concreta programmazione delle modalità e dei tempi di esecuzione del sequestro preventivo dell'Afo 2, verificandone la relativa attuazione».

La notizia del sequestro è piombata nel bel mezzo del vertice di ieri pomeriggio al Mise convocato dal ministro Luigi Di Maio con ArcelorMittal, Ilva in amministrazione straordinaria e sindacati per fare il punto su una serie di questioni: la cassa integrazione a Taranto per 1.400 dipendenti per 13 settimane dall'1 luglio (l'azienda l'ha confermata), lo stato degli investimenti dopo l'accordo di settembre 2018 e l'immunità penale sul piano ambientale. Istituita da una legge del 2015, quest'ultima è ora soppressa dal decreto “Crescita” a partire dal prossimo 6 settembre. ArcelorMittal, però, la rivendica come necessaria garanzia legale per portare avanti il suo progetto e non essere invischiata nelle vicende del passato con i relativi contraccolpi giudiziari. Proprio l'atto del sostituto De Luca dimostra che questo è uno scenario nient'affatto remoto. Ma Di Maio sull'immunità penale non cambia linea. «Sulla reintroduzione dell'immunità penale - afferma - voglio essere ben chiaro: non esiste alcuna possibilità che torni. In questi mesi di interlocuzione, ho sempre detto ad ArcelorMittal che la dirigenza dell'azienda non ha nulla da temere dal punto di vista legale se dimostra buona fede continuando nell'attuazione del piano ambientale. Se si chiede di precisare questo concetto attraverso interpretazioni autentiche anche per norma, siamo assolutamente disponibili - afferma Di Maio -. Ma nessuna persona in questo Paese potrà mai godere di un'immunità per responsabilità di morti sul lavoro o disastri ambientali».

Il 4 luglio ministro e ArcelorMittal si erano incontrati per discutere dell'immunità. Si era fatta strada la possibilità di una norma interpretativa di quanto inserito nel dl Crescita proprio per dare certezze alla multinazionale. Adesso, dopo l'accelerazione del 4 luglio, ArcelorMittal ha frenato di fronte alla proposta del Mise. La norma interpretativa è ritenuta, al momento, non ancora sufficiente dall'azienda. Tuttavia il negoziato andrà avanti per cercare una via d'uscita.

L'intervento del sostituto De Luca parte da una vicenda del 2015. A fronte del sequestro dell'altoforno 2 che rischiava di fermare tutta la fabbrica che non poteva reggere solo con due impianti attivi, il Governo Renzi varò un decreto. L'altoforno poteva funzionare nonostante il sequestro ma l'Ilva doveva presentare all'autorità giudiziaria un piano di messa a norma. Cosa che Ilva fece. La Procura diede l'ok sui lavori e dispose la restituzione condizionata dell'impianto. Il decreto fu anche impugnato alla Consulta per incostituzionalità dal gip Martino Rosati. La Consulta disse che c'era sì stato «un vizio di illegittimità costituzionale per non aver tenuto in adeguata considerazione le esigenze di tutela della salute, sicurezza e incolumità dei lavoratori», ma la bocciatura del decreto non sortì effetto perché, nel frattempo, l'altoforno era stato sottoposto a lavori.

Ora, il nuovo colpo di scena. «Il ministro Di Maio ci ha rassicurato dicendo che tenterà di intervenire sulla Procura per fermare lo spegnimento dell'altoforno che avrebbe effetti piuttosto pesanti sulla produzione», annuncia Marco Bentivogli della Fim Cisl. E Rocco Palombella della Uilm dichiara sull'immunità che «il Governo interverrà con uno strumento legislativo per poter ripristinare una condizione di agibilità fino allo svolgimento del piano ambientale nel 2023».E Palombella rivela cheArcelorMittal perde 150 milioni in sei mesi. Per Francesca Re David (Fiom Cgil) «se non si risolve la questione della certezza del quadro legislativo tra Governo e azienda, non si avvia una concreta verifica degli impegni assunti».

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