SEQUENZA DI SCIOPERI

Ex-Ilva, sequenza di scioperi e prime richieste di cassa integrazione nell’indotto

Lo stabilimento ArcelorMittal di Taranto protesta contro il disimpegno della multinazionale e l’annuncio di 5mila esuberi

di Domenico Palmiotti


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(AFP)

3' di lettura

Scioperi in sequenza nello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, l’ex Ilva, per protestare contro il disimpegno della multinazionale e la dichiarazione di 5mila esuberi, in gran parte nella città pugliese, su un organico totale di 10.700 addetti. Dopo lo sciopero di 24 ore indetto della Fim Cisl conclusosi alle 15 di oggi, domani nuovo sciopero di 24 ore, stavolta unitario però, di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm (inizialmente doveva essere solo delle due ultime sigle sindacali).

C’è preoccupazione e tensione, mentre il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, invita a guardare oltre ArcelorMittal “per il bene della città” e la crisi dell’acciaieria investe sempre più l’indotto-appalto dal quale partono già le prime richieste di cassa integrazione.

Lo sciopero
Ventiquattr’ore di astensione dal lavoro per l’intero Gruppo ArcelorMittal dalle 7 di domani, a partire da quella già programmata per il sito di Taranto, sono state indette da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm nazionali. In tutti gli altri stabilimenti le segreterie territoriali definiranno le modalità della mobilitazione. Fim, Fiom e Uilm «chiedono all’azienda l’immediato ritiro della procedura e al Governo di non concedere nessun alibi alla stessa per disimpegnarsi, ripristinando tutte le condizioni in cui si è firmato l’accordo del 6 settembre 2018 che garantirebbe la possibilità di portare a termine il piano ambientale nelle scadenze previste». «Le condizioni devono inoltre includere - affermano i sindacati - lo scudo penale limitato all'applicazione del piano ambientale e il ritiro di qualsiasi ipotesi di esuberi». Le sigle metalmeccaniche «ritengono l’accordo del 6 settembre 2018 come unica strada per garantire il risanamento ambientale e il rilancio dell’intero gruppo ex Ilva. Non è possibile, a un anno dalla firma, ritornare a discutere di quanto già affrontato negli ultimi 7 anni. Dobbiamo scongiurare che a pagare il prezzo delle scelte scellerate di azienda e politica - dicono i sindacati - siano sempre i lavoratori. Dobbiamo evitare lo spettro dell'ulteriore cassa integrazione e chiediamo con forza il risanamento ambientale e la salvaguardia occupazionale».

Il sindaco di Taranto
«Vogliamo che sia restituita centralità e dignità all’uomo e alla comunità locale, prima che al profitto e al pil - afferma Rinaldo Melucci - Non ci stracciamo le vesti se AcelorMittal minaccia di andarsene». Per Melucci, «è risaputo in ogni angolo della Puglia e in ogni ministero della Repubblica che l’Amministrazione comunale di Taranto, per fare un esempio concreto, non avversa l’industrializzazione in se stessa e ha sin qui collaborato lealmente con esecutivi differenti. Tuttavia - dichiara il sindaco - o si cambia una volta per tutte questo modello di sviluppo, in tecnologia e gestione, e si coinvolge seriamente e si superpremia quel territorio che deve sfornare l’acciaio per tutti gli italiani, o nessuna cordata avrà mai pace». «Abbiamo provato ad instaurare con il colosso franco-indiano - sostiene il sindaco - un rapporto costruttivo ed equilibrato in questo anno, ma nessuna sostanziale collaborazione è stata fornita da quella azienda a Taranto».

La cassa nell'indotto

C’è già la prima richiesta di cassa integrazione dalle aziende dell’indotto appalto siderurgico di Taranto per la crisi ArcelorMittal, ex Ilva. Si tratta dell'impresa Enetec che si doccupa di progettazioni, costruzioni e montaggi industriali. Nella lettera spedita ai sindacati metalmeccanici e a Confindustria Taranto, Enetec dice di «ritenere improcrastinabile l’avvio di una procedura di cassa integrazione ordinaria per 50 unità lavorative, 46 operai e 4 impiegati, su un organico complessivo di 56 unità, 50 operai e 6 impiegati, da sospendere per un massimo di zero ore a decorrere dall'11 novembre per 13 settimane complessive». Enetec ricorre alla cassa perché ritiene siano «a rischio tutte le commesse ad oggi in fase di lavorazione».

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